Nel confronto pubblico di queste settimane si è diffusa una narrazione fuorviante: la riforma della magistratura sarebbe un tentativo della politica di controllare il potere giudiziario. È una tesi suggestiva, ma non aderente al dettato costituzionale.
La Costituzione italiana delinea con chiarezza l’architettura dei poteri.
L’articolo 101 stabilisce che “La giustizia è amministrata in nome del popolo” e che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”.
L’articolo 104 afferma che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Gli articoli 105 e 107 disciplinano le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura e le garanzie dei magistrati.
L’articolo 111 sancisce il principio del giusto processo.
Nessuno di questi principi viene scalfito dalla riforma. Nessuna norma proposta sottopone la magistratura al controllo dell’esecutivo. Il punto è un altro: ristabilire un equilibrio più coerente tra funzioni diverse all’interno dell’ordine giudiziario e rafforzare la fiducia dei cittadini nel sistema.
Separazione delle carriere e terzietà
La distinzione tra funzione requirente e giudicante non contraddice l’unità della magistratura prevista dall’art. 104, ma interviene sull’organizzazione delle funzioni.
Chi accusa e chi giudica svolgono ruoli strutturalmente diversi. La separazione delle carriere rafforza la percezione di imparzialità del giudice, in coerenza con l’art. 111 sul giusto processo.
Un giudice deve essere terzo. E deve apparirlo.
Il CSM e il superamento delle correnti
L’articolo 105 attribuisce al Consiglio Superiore della Magistratura le assunzioni, le assegnazioni, le promozioni e i provvedimenti disciplinari.
Le vicende degli ultimi anni hanno mostrato come il sistema delle correnti abbia inciso sugli equilibri interni. Ridurre il peso delle correnti – anche attraverso meccanismi di sorteggio – non indebolisce l’autonomia, ma ne rafforza la credibilità.
L’indipendenza è un valore costituzionale. L’autoreferenzialità non lo è.
Mani Pulite e la supplenza politica
La stagione di Mani Pulite ha rappresentato uno spartiacque nella storia della Repubblica. Ha portato alla luce un sistema diffuso di corruzione e ha avuto un impatto politico dirompente.
Ma proprio quella stagione ha segnato l’inizio di una fase in cui la magistratura ha assunto, talvolta, una funzione di supplenza rispetto alla politica. In un contesto di partiti indeboliti e delegittimati, l’azione giudiziaria è diventata anche fattore di riequilibrio istituzionale.
Quella fase storica ha avuto luci e ombre. Ha prodotto pulizia e rigore, ma ha anche contribuito a spostare l’asse del potere decisionale fuori dal circuito elettorale.
La riforma interviene anche su questa eredità: non per negarla, ma per riportare stabilmente ciascun potere nel proprio ambito costituzionale.
Il caso Tortora: quando l’errore distrugge una vita
Il caso di Enzo Tortora resta una ferita nella coscienza civile del Paese.
Accusato ingiustamente, arrestato, esposto al pubblico ludibrio, condannato in primo grado e poi assolto con formula piena in appello e in Cassazione, Tortora rappresenta il simbolo dell’errore giudiziario che travolge la vita di un innocente.
In quel caso, come in altri meno noti, il cittadino ha pagato un prezzo umano altissimo. La riabilitazione processuale non cancella la sofferenza, la perdita di reputazione, il tempo sottratto alla vita.
È qui che il tema della responsabilità diventa centrale.
Più tutele per il cittadino
Questa riforma non penalizza il cittadino. Al contrario, rafforza le sue tutele.
Un sistema che distingue chiaramente tra chi accusa e chi giudica, che rende più trasparente l’autogoverno e che riduce le logiche correntizie, offre maggiori garanzie di terzietà.
E quando, dopo anni, emerge un errore giudiziario, non può restare l’impressione che tutto si dissolva all’interno dell’ordine giudiziario senza conseguenze effettive.
L’autonomia è un pilastro costituzionale. Ma in ogni democrazia matura l’autonomia convive con la responsabilità.
Se una sentenza di colpevolezza si rivela gravemente errata, il principio di responsabilità non può fermarsi al solo indennizzo economico dello Stato. La credibilità della giustizia si fonda anche sulla capacità di riconoscere e affrontare i propri errori.
Conclusione
L’equilibrio tra i poteri non è una questione di convenienza politica. È una garanzia per i cittadini.
La riforma può essere migliorata, discussa, perfezionata. Ma non può essere ridotta a uno scontro ideologico.
Se davvero vogliamo che la giustizia sia amministrata “in nome del popolo”, allora il centro del sistema deve essere il cittadino: la sua libertà, la sua dignità, il suo diritto a un giudice realmente terzo e a un sistema capace di assumersi le proprie responsabilità.
cav. Giuseppe PRETE




