Sequestro ebraico in Terrasanta

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La prima volta che sono andato in Israele è stato nel 1972, mi ci aveva convinto Nino Seniga che, pur non essendo ebreo, presiedeva l’associazione “amici di Israele”.

[…] Atterrai la sera a Tel Aviv e, poiché come tutti i ragazzi avevo una gran fame – in fondo ero un ragazzo anch’io, avevo poco più di vent’anni – mi precipitai a far cena su un bel ristorantino sul lungomare di Tel Aviv, quando alzai la testa e mi guardai attorno vidi una bellissima gioventù perché i ragazzi, grazie al clima, vivono prevalentemente all’aperto e tutti, comprese le ragazze, fanno il servizio militare e poi i soldati.

Nessuno stereotipo antisemita, quindi, dell’ebreo col naso adunco.

Mi colpirono però i loro discorsi, dei giovani e degli adulti. Non dicevano, né i ragazzi né gli adulti, “guarda come siamo stati bravi a costruire uno Stato moderno praticamente dal deserto”, ma piuttosto che la Palestina era loro e solo loro. Del resto, per gli ebrei più osservanti, tutti coloro che non lo sono (i “gentili”) vengono chiamati goyim, che nel linguaggio gergale assume significati spregiativi simili a “spazzatura”.

Un po’ come per Trump lo sono i somali, mentre i messicani sono necessariamente “stupratori”. Insomma, quanto a razzismo una parte del “popolo eletto” non scherza, direi anzi che lo fonda, anche se in seguito, con l’avvento di Hitler, ne diverrà drammaticamente vittima.

Ogni discorso sugli ebrei è scivoloso perché basta un niente per essere accusati di antisemitismo. Infatti di recente, il 4 marzo, il Senato ha approvato un disegno di legge, particolarmente stringente, contro l’antisemitismo. C’è anche da dire che sulla tragedia dell’Olocausto molti ebrei ci hanno marciato e ci marciano tuttora, facendone un’industria, come ha scritto con grande coraggio un ebreo americano, Norman Finkelstein (L’industria dell’Olocausto). Hanno il monopolio del dolore, l’unico genocidio che riconoscono è il proprio, tanto che vietano di parlare di genocidio quando è a danno di altri popoli, come oggi, e da decenni, a danno dei palestinesi. […]

All’epoca in cui andai in Israele e nelle successive cinque volte che ci sono stato ero convinto della narrazione dominante che vedeva in Israele un avamposto della democrazia in Medio Oriente. Ho cambiato idea, non da oggi: vedendo il genocidio, perché così va chiamato, dei gazawi, ho cambiato idea rivedendo un po’ tutta la storia dell’ebraismo.

I Romani conquistavano territori, province, pretendevano il pagamento delle tasse, cioè in pratica frumento e poi ciascun popolo facesse quel che voleva secondo la propria storia e tradizione. Un atteggiamento, oserei dire, liberale. Gli unici problemi li ebbero, guada caso, in Giudea. Istruttiva in proposito è la storia di San Paolo.

Sulla via di Damasco fu fulminato dalla Fede. Arrivato a Gerusalemme, volle a tutti i costi andare al Tempio nonostante i cristiani del luogo gli dicessero che non era cosa, ma Paolo non volle sentir ragioni, era o non era un futuro Santo? E così andò al Tempio. Fu subito circondato dagli ebrei che stavano per linciarlo.

Intervenne il comandante della piazza che salvò Paolo dagli energumeni. Lo trattenne in regime di custodia militaris, una sorta dei moderni “arresti domiciliari”, solo perché se fosse stato libero di uscire quelli lo avrebbero ammazzato.

Massimo Fini