Servitori o cittadini

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Ci sono frasi che non invecchiano perché non appartengono a un’epoca, ma a una tentazione ricorrente

«Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?» diceva Mussolini.

Una frase che parlava più di chi la pronunciava che di chi la subiva.

La storia, per fortuna, ha preso un’altra direzione.

L’Italia non è diventata un paese di servitori. Ha attraversato crisi, contraddizioni, errori, ma ha continuato a cercare la propria voce. Ed è forse questo il segno più autentico della libertà: non l’assenza di conflitto, ma la possibilità del dissenso.

Eppure, quella tentazione ritorna.

Non più con la brutalità delle dittature dichiarate, ma con un linguaggio più morbido, giustificatorio. Con l’idea che la libertà possa aspettare, che i diritti siano negoziabili, che prima venga la causa e poi le persone.

Il caso del Venezuela obbliga a fermarsi e riflettere.

Non per giudicare da lontano, ma per interrogarsi sul senso delle nostre prese di posizione. Quando si smette di ascoltare il dolore di un popolo in nome di un’ideologia, qualcosa si spezza. Quando si difende un governo invece dei cittadini, si perde il significato stesso della giustizia sociale che si vorrebbe affermare.

Difendere i più deboli non significa accettare il silenzio.

Non significa chiudere gli occhi davanti alla repressione.

Non significa decidere chi ha diritto alla libertà e chi può farne a meno.

Ed è qui che emerge una contraddizione difficile da ignorare.

Perché una parte della sinistra, che storicamente dovrebbe rappresentare il collegamento tra la piazza e le istituzioni, entra nel dibattito pubblico non per riconoscere la liberazione di un popolo dopo anni di repressione, corruzione e violenze, ma per difendere – direttamente o indirettamente – un regime?

La questione non è ideologica, ma etica e politica.

Un sindacato, un partito, un movimento che nasce per tutelare i lavoratori e i diritti dovrebbe avere come primo riferimento le persone, non il potere. Eppure, nel dibattito pubblico, si assiste spesso a prese di posizione che sembrano più preoccupate di giustificare governi che di ascoltare chi quei governi li ha subiti.

Dalle immagini che arrivano dal Venezuela si intravede un popolo che festeggia, che prova a respirare dopo anni di paura e privazioni. Non è la fine dei problemi, ma è il segnale che la libertà, quando riemerge, non ha bisogno di spiegazioni: si riconosce nei gesti, nei volti, nella speranza che riaffiora.

Il rischio più grande, oggi, non è l’obbedienza imposta, ma quella interiorizzata: accettare che qualcuno decida al posto nostro “per il nostro bene”. È così che i cittadini diventano servitori senza accorgersene.

La politica, quando è autentica, non chiede fedeltà cieca.

Chiede coscienza.

E la coscienza non ha bandiere: riconosce la sofferenza ovunque si manifesti.

Forse la vera lezione non è stabilire chi abbia torto o ragione,

ma ricordare che la libertà non è negoziabile, nemmeno quando è scomoda, nemmeno quando mette in crisi le nostre certezze.

Perché ogni volta che smettiamo di difendere la libertà degli altri, qualcosa dentro di noi comincia lentamente a tacere.

Cav. Giuseppe PRETE