Pomeriggi, Di sole, di pioggia, di vento. La tua camera come un’isola che non c’è, contenitore inesauribile di suoni, di poster sbertucciati, di sogni ragazzini.
A 14 anni da poco compiuti nella mia camera piovve, come manna, Songs in The Key of Life, capolavoro dei capolavori di Stevie Wonder. Una sorta di opera omnia del genio di Saginaw, Michigan, che vide la luce esattamente mezzo secolo fa: era il 28 settembre 1976 quando venne consegnata al mondo.
Quei due ellepi (il disco era doppio, con tanto di quattro bonus track e un libretto con i testi), girarono per due, tre, cinque anni sul piatto del giradischi che conservo ancora, come le cose sante. Non stancava mai, quella musica, stancava soltanto la puntina che percorreva i solchi.
Perchè era terra e fuoco, gelo e calore, romanticismo e ritmo, struggimento ed esaltazione. The Key of life, la chiave della sua vita, ma in fondo anche della mia, che era appena sbucata dal bozzolo per cercare di farsi farfalla.
E dire che Stevie, alla fine del 1975, voleva farla finita con lo showbiz della musica, di cui mal tollerava compromessi e miserie.
Ma l’idea, quell’idea premeva forte, troppo forte. Testi, musica ed estensioni vocali vietate ai mortali non potevano restare lì, nei cassetti del cuore di Wonder, che infatti, alla fine, si convinse. Chiuso per tre, quattro mesi dentro uno studio di registrazione di Hollywood, concepì uno dei dischi più belli di sempre.
Provate ad ascoltarlo tutto, dopo 50 anni, in silenzio. Se possibile, su vinile, che restituisce fruscii che la tecnologia ha cancellato: saranno le stesse sensazioni di quel 1976, quando il mondo era difficile, magari violento, ma restituiva stupore a ogni angolo.
Pochissime volte è stata concentrata così tanta bellezza in una sola opera: forse The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, forse Seconds Out dei Genesis: in ognuno dei quattro lati del disco si succedevano autentiche gemme vocali e compositive.
Love’s in Need of love Today, Sir Duke, I Wish, Knocks me off my feet, la meravigliosa Isn’t She Lovely che nasce con i gridolini della neonata Aisha e termina con l’assolo di armonica a bocca più iconico della storia, ed ancora Joy inside my tears, la favolosa Ngiculela dove Stevie usa la lingua degli avi africani, As, Another Star.
Una cascata di emozioni, limpide come acqua di fonte, rinfrescanti, un caleidoscopio di brividi, pensieri ed esaltazione per un quattordicenne che nella sua camera, a due passi dal mare, cercava di fiondare gli occhi oltre l’orizzonte e guardare l’America, terra di quello straordinario artista che agli occhi senza luce sostituì un’anima e un talento senza confini. Canzoni nella chiave della vita: quella chiave, la mia vita, ha iniziato ad aprirla



