Stretto di Hormuz: intesa di massima Iran-Oman, ma gli USA frenano

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C’è un’intesa tra Iran e Oman per la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’accordo avrebbe una durata iniziale di 60 giorni, prorogabile fino a 120, e rappresenterebbe il primo concreto tentativo di riportare alla normalità uno dei principali snodi strategici del commercio mondiale dopo i mesi di tensione seguiti alla guerra di marzo.
Il piano prevede che le navi in entrata nello Stretto transitino in prossimità delle coste iraniane, mentre quelle in uscita seguano la rotta lungo il lato omanita.

La parte centrale dello Stretto rimarrebbe invece libera per consentire la rimozione delle mine posate dall’Iran durante la guerra di marzo. La condizione posta da Teheran resta però la rimozione del blocco navale americano di Hormuz e, proprio su questo punto, sarebbero in corso colloqui informali tra Stati Uniti e Iran.

L’America, dopo aver ribadito il proprio diniego assoluto allo sviluppo del programma nucleare iraniano, guarda con prudenza a questo accordo, per il forte dubbio che in realtà il pedaggio per il passaggio delle navi possa rimanere in essere attraverso forme indirette di controllo o pagamento.

Sul fronte militare, alle 12 dell’altro ieri un ordigno esplosivo ha ucciso due soldati dell’Idf e ne ha feriti gravemente altri quattro a Majdal Zun, nel sud del Libano, durante un’operazione di perquisizione di infrastrutture militari di Hezbollah.

L’esplosione, avvenuta durante l’ispezione di un edificio sospettato di essere utilizzato dall’organizzazione sciita, ha provocato il crollo della struttura causando la morte dei militari israeliani.

L’attentato conferma come Hezbollah continui a mantenere una significativa capacità operativa nel Libano, violando il cessate il fuoco, nonostante i duri colpi subiti negli ultimi mesi. Si tratta di un chiaro tentativo di sabotare il processo di normalizzazione tra Israele e il Paese dei Cedri e di riaffermare il ruolo dell’organizzazione sciita quale principale fattore di instabilità nell’area.

Di particolare rilievo anche il test del sistema missilistico israeliano Arrow, conclusosi con esito positivo due giorni fa. Si tratta di un ulteriore tassello della strategia israeliana volta a rafforzare la propria autonomia militare e tecnologica, riducendo progressivamente la dipendenza dagli alleati e consolidando una capacità di difesa sempre più efficace contro missili balistici e minacce strategiche. Il secondo round di colloqui tra Israele e Libano, svoltosi a Roma, è inevitabilmente passato in secondo piano dopo il grave attentato di Hezbollah contro l’Idf.

La risposta dell’esercito israeliano non si è fatta attendere ed è consistita in una serie di violenti bombardamenti contro obiettivi di Hezbollah nel sud del Libano, dopo aver però richiesto in anticipo l’evacuazione della popolazione civile nelle zone interessate.

È evidente la volontà di Hezbollah, attraverso le dichiarazioni del suo leader Naim Qassem e poi con i fatti sul terreno, di voler sabotare qualsiasi accordo tra Israele e il Paese dei Cedri.

L’organizzazione sciita non vuole rinunciare al proprio ruolo militare e politico nel Libano meridionale, nonostante gli impegni previsti dal cessate il fuoco.

Nel frattempo, la campagna elettorale in Israele, in vista delle prossime elezioni del 27 ottobre, si fa sempre più aspra. È una sfida che vede Netanyahu in difficoltà nei sondaggi, ma ancora con margini concreti di vittoria. Al di là della competizione politica, tuttavia, per molti israeliani resta chiaro che, nelle condizioni attuali, la creazione di uno Stato palestinese rappresenterebbe un rischio esistenziale per Israele.

L’Occidente deve capire, ma forse lo sa già e lo nega strumentalmente, che i valori della democrazia e della libertà stanno dalla parte dello Stato con la Stella di David e non dall’altra sponda.

Nel frattempo, negli Stati Uniti, Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan, dando un’ulteriore dimostrazione dello spostamento del Partito Democratico americano verso posizioni sempre più a sinistra, con un peso crescente della componente socialista, islamista e fortemente critica nei confronti di Israele.