Suicidi e autolesionismo. La crisi silenziosa tra i giovani

0
6

Togliersi la vita è in Italia la seconda causa di morte per i ragazzi tra i 10 e i 25 anni e la terza per le ragazze

E i suicidi sono in crescita, così come lo sono i casi di autolesionismo (incremento del 60%), che è considerato a sua volta l’“anticamera del suicidio”.

Recenti dati indicano per la fascia d’età 15/19 anni un tasso di suicidi pari a 2,5/100.000, con una significativa differenza fra nord e centro-sud Italia (maggiori i tassi al nord) e fra maschi e femmine (prevalenza dei primi). Indiziati speciali sono gli smartphone e, più in generale, i social per la dipendenza che inducono.

Ma il dato esistenzialmente allarmante è l’isolamento sociale e affettivo in cui gli adolescenti vengono a trovarsi, combinato disposto di difficoltà di comunicare, di condividere emozioni ed esperienze, di instaurare relazioni significative.

Cosicché è la solitudine la causa più profonda del disagio giovanile cui seguono sentimenti di inadeguatezza e di ansia giudicati intollerabili.

La difficoltà è acuita all’interno delle famiglie nel momento in cui queste sono disgregate o lacerate.

Contrasti, divisioni, separazioni, che nella narrazione politicamente corretta sarebbero parti di una civile dialettica, hanno in realtà un impatto dirompente sui minori in crescita.

Sono stato a un funerale di una tredicenne suicida. Una bara bianca con una foto di bambina dal fisico precoce di donna e un malinconico orsacchiotto di peluche era stata posta al centro della piccola chiesa (poco più di una cappella). La gente era tanta (dal paese erano accorsi tutti), il caldo opprimente, l’atmosfera sospesa.

Né il parroco ha potuto dire di più, perché quando viene a mancare una persona muore una parte di mondo, ma quando un’esistenza giovane si chiude in tal modo muore il mondo intero, ogni prospettiva e ogni speranza.

Quindi ha parlato dei sogni infranti, delle fantasie tradite, delle disattenzioni e delle incomprensioni. Ha detto che quell’estremo capriccio infantile, quel gesto che avrebbe voluto richiamare l’attenzione dei grandi, ora li raccoglieva effettivamente tutti assieme per quell’ultimo saluto.

Il fatto è che i pensieri suicidari, i comportamenti autolesionistici, le situazioni familiari disgregate, le conflittualità e le parole appena masticate (del tipo: “Non ce la faccio più” o “Vorrei morire”) dovrebbero far riflettere chi è vicino al giovane e indurlo a fermarsi accanto a lui. E il suicidio, sempre improvviso e sconcertante, è in realtà legato a un fattore precipitante, spesso apparentemente banale, ma che ha un potenziale traumatico per l’adolescente. Cosicché nel frastuono di un silenzio senza mistero, banalmente egoista, della parola mancata e della carezza che non c’è stata, si consuma la tragedia.

Non ce ne eravamo accorti prima. Non avevamo prestato attenzione per tempo, distratti dal da farsi, dalle ordinarie incombenze del quotidiano e dal suo carico di futilità. Non avevamo colto i segnali che avrebbero potuto farci avvedere, le richieste indirette di aiuto, le parole che non dicono e i silenzi che vorrebbero essere ascoltati.

Tant’è che alla fine è l’incomprensione che sconvolge, forse anche più della morte bambina: un dato di fatto che ci riporta a qualcosa di interiore e personale, perché queste sono le metastasi di un cancro che si chiama disaffezione, la contabilità di un malessere sottile che pervade la nostra società adulta.

Ci avvediamo, quindi, che solo con un dialogo aperto e la creazione di una rete di supporto a tutti i livelli sarebbe possibile contrastare il fenomeno. Ma ci si dovrebbe prima ancora disporre a rompere la solitudine, ad anticipare e aprire varchi comunicativi per trovare soluzioni, per donare speranza, per costruire tutti assieme un mondo migliore.