Tutti i problemi della riforma della caccia

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Siamo ormai vicini alla possibile approvazione di un ddl in grado di stravolgere completamente la protezione della fauna italiana e la regolamentazione della caccia.

Il ddl 1552 è un’iniziativa parlamentare presentata da Lucio Malan il 20 giugno 2025, che risulta in relazione dal 27 maggio 2026 e deve ancora essere approvata dal Senato e poi dalla Camera.

È una riforma costruita intorno alle richieste del mondo venatorio, con il governo che la sostiene apertamente. Si tratta di una delle peggiori sconcezze in tema ambientale che il nostro Parlamento ricordi.

Il punto più grave sta nel rovesciamento dell’impianto della legge 157/1992. La legge vigente nasce come disciplina di protezione della fauna selvatica, qualificata dall’articolo 1 della stessa legge come “patrimonio indisponibile dello Stato” e regolata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale.

Il ddl 1552 sposta la logica verso la “gestione”, trasformando la caccia da eccezione regolata a componente ordinaria della politica faunistica.

Le osservazioni depositate da numerose associazioni davanti alle Commissioni del Senato colgono il nodo: il provvedimento tenta di descrivere l’attività venatoria come tradizione nazionale capace di concorrere alla conservazione della biodiversità e dell’ecosistema, un’assurdità che ovviamente nasconde il fatto che la caccia è in realtà un’attività privata, ricreativa, concessa dallo stato su un bene comune.

Oltretutto, la nuova impostazione collide con l’articolo 9 della Costituzione, che oggi include tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, e affida alla legge statale la tutela degli animali.

Una legge che amplia tempi, luoghi e strumenti della caccia dovrebbe quindi dimostrare con particolare rigore di aumentare la tutela effettiva della fauna.

Il ddl fa l’operazione opposta: affida alla retorica della “gestione” ciò che dovrebbe essere provato con dati, monitoraggi, limiti e controlli, e quindi in sostanza apre, senza alcuna prova a proprio supporto, un evidente profilo di frizione con il nuovo articolo 9 della Costituzione.

Il depotenziamento di Ispra è il centro tecnico della riforma. Il ddl riduce la forza conformativa del parere Ispra nella definizione delle specie cacciabili e dei periodi di caccia, trasformandolo da presidio tecnico sostanziale in un elemento consultivo affiancato da un organismo nel quale pesano anche componenti venatorie e agricole.

La comunicazione formale della Commissione europea del 18 dicembre 2025, secondo quanto riportato nell’interrogazione parlamentare al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, ha contestato proprio la trasformazione del parere Ispra sui calendari venatori da presidio sostanziale a parere meramente consultivo, segnalandola come rischio per il sistema di tutela previsto per esempio dalla Direttiva Uccelli.

Il capitolo dei calendari venatori è altrettanto critico. Il ddl elimina il vincolo della prima decade di febbraio come termine massimo della stagione venatoria, incidendo sul periodo della migrazione prenuziale.

La Direttiva 2009/147/CE impone agli stati membri di evitare che le specie cacciabili siano prelevate durante la riproduzione o durante il ritorno verso i luoghi di nidificazione.

Aprire varchi proprio in quella fase significa aumentare la pressione su animali che stanno rientrando nei territori riproduttivi, con effetti che non riguardano solo l’Italia ma rotte migratorie continentali.

Il capitolo dei richiami vivi è uno dei più indecenti. La riforma allenta il sistema di autorizzazione e controllo, mentre il settore è già esposto a traffici illegali, catture abusive, bracconaggio e problemi sanitari.

Le osservazioni depositate parlano di deregolamentazione del comparto e di una sanatoria di fatto, perché richiami illegali e richiami legali diventerebbero più difficili da distinguere.

Una legge seria avrebbe irrigidito tracciabilità e controlli, perché in questo settore esistono già problemi noti di traffico illecito, bracconaggio e possibili rischi sanitari, inclusa l’influenza aviaria. Presentare tutto questo come modernizzazione normativa richiede una notevole dose di cinismo istituzionale.

La riforma estende anche lo spazio della caccia. Nei rilievi tecnici compaiono il demanio forestale, i valichi montani, la braccata sulla neve, territori oggi importanti come corridoi o rifugi per la fauna. Viene ridotto lo spazio naturale disponibile in sicurezza per cittadini disarmati, escursionisti, famiglie, fotografi naturalisti, agricoltori che subiscono la pressione venatoria senza condividerne gli interessi. La libertà reale di fruire del territorio viene subordinata al privilegio di chi porta un fucile.

Enrico Bucci