
C’è un momento, nella storia delle civiltà, in cui gli eventi smettono di essere semplici fatti e diventano segni inequivocabili, attraverso cui intuiamo le nuove sovrastrutture del mondo
L’arresto di Nicolás Maduro con l’operazione militare statunitense e la successiva minaccia, di un possibile takeover americano sulla Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca, appartengono a questa categoria: non sono più episodi isolati, ma fenditure attraverso cui si intravedono le nuove linee guida del potere globale.
Non viviamo più nel tempo della geopolitica così come l’avevamo conosciuta: una competizione – seppur asimmetrica – tra Stati sovrani. Siamo entrati nel tempo della post-geopolitica, che non è più gestione del conflitto, ma amministrazione di un collasso già avvenuto, ancor prima di manifestarsi. In questo scenario la forza non si misura più sul consenso o sul diritto internazionale, ma sulla rapidità con cui un attore interviene per ottenere ciò che ha già deciso di prendersi.
L’abbiamo visto nell’operazione lampo che ha portato alla cattura di Maduro, accompagnata dall’annuncio che gli Stati Uniti “gestiranno” la transizione venezuelana e “rimetteranno in moto il petrolio”. E lo vediamo nelle dichiarazioni che evocano un possibile controllo americano di territori strategici, dai Caraibi fino ai ghiacci artici.
A questo punto, con questa nuova modalità d’intervento, nulla impedisce di stilare una lista aggiornata dei Paesi a rischio di finire nel mirino della Superpotenza globale. Messico e Colombia, innanzitutto: più del Venezuela, sono direttamente immersi nel traffico di droga. Cuba, per ragioni politiche che non hanno bisogno di spiegazioni. E poi l’Iran, nemico per procura attraverso Israele.
Da lì, la rassegna può proseguire scendendo lungo la mappa: Stati e staterelli retti da governi non allineati agli interessi americani, ognuno con il proprio grado di vulnerabilità, ognuno potenzialmente esposto alla stessa logica.
In questo scenario, infatti, il limite – quel principio che per secoli ha reso possibile la convivenza tra potenze – sembra dissolversi. Quando una superpotenza agisce come se il mondo fosse un’estensione operativa del proprio territorio, catturando un presidente straniero come fosse un obiettivo militare o evocando la possibilità di prendere il controllo di un territorio di un alleato scambiandolo per un asset – petrolio, litio, carbone – allora quel limite, già fragile, non è più un confine da rispettare, ma un fastidioso ostacolo da rimuovere.
È la logica del Gestell heideggeriano: tutto si trasforma in risorsa, tutto diventa inquadrabile, disponibile, quindi prelevabile. Come nel capitalismo spinto alle sue estreme conseguenze: ogni cosa ha un prezzo e, proprio per questo, può essere astrattamente acquistata. E, nella sua variante più distorta, chi detiene più potere – e dunque più forza – tenta di esercitarlo senza pagarne alcun costo.
Sì, triste dirlo, ma siamo ritornati qui. Non al Leviatano di Hobbes, che almeno presupponeva un contratto tra il Sovrano e i sudditi. Qui il contratto sembra non esserci affatto. E forse è proprio questo il punto più inquietante: un potere che non sente nemmeno il bisogno di giustificarsi. Cosa c’è di peggio ?
Il mondo, così, non ha più un ordine – ammesso che ci fossimo davvero illusi che ne avesse uno – ma una gerarchia di disponibilità. Siamo tornati al mondo del Far West, ancor prima dell’OK Corral: un territorio dove tutto appare lecito e possibile, perché rientra nella propria disponibilità. E ciò che resiste, ciò che non si lascia assorbire, diventa subito un intralcio da sistemare, da “normalizzare”. Della serie, tranquilli: ci pensa Trump.
Gianvito Pipitone


