Una nuova Jalta: verso un’Italia meno atlantista e più mediterranea?

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Nessuno è in grado di prevedere gli sviluppi o le involuzioni delle prossime ore: quello che appare certo è che l’atlantismo, per come l’avevamo immaginato nella seconda metà del secolo scorso, non esiste più ed è stato archiviato nel novembre 2024 con un paradosso: Trump venne votato, per un secondo mandato alla Casa Bianca, con la promessa che avrebbe posto fine ai conflitti globali a partire da quello russo/ucraino imputato alla precedente amministrazione Biden/Harris; adesso ne ha innescato uno in grado di oscurare il precedente, spiazzando parte significativa dei suoi stessi elettori e simpatizzanti

Churchill, Roosevelt e Stalin a Jalta nel 1945: diedero inizio alla “guerra fredda”

In tale contesto, il nostro Paese non può più stare in una “linea di mezzo” indistinta: il governo Meloni ha abbandonato il multilateralismo, vera risorsa diplomatica dell’Italia, a tutto favore di un americanismo politicamente settario, contribuendo a indebolire ulteriormente l’Unione Europea e a portare nelle case e nelle aziende le più apicali conseguenze finanziarie di uno scontro bellico al quale non abbiamo formalmente aderito

Nelle due immagini, Bettino Craxi con il Presidente americano Ronald Reagan e Aldo Moro con il Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger: entrambi i politici italiani seppero tenere un atteggiamento di leale fermezza nei confronti dell’Alleato d’oltre Atlantico, confermando la vocazione multilateralista del nostro Paese

Tutti ricordano la “family foto” di febbraio 1945, con Roosevelt, Churchill e Stalin che a Jalta, in Crimea (all’epoca Unione sovietica), sancì la divisione post bellica del Globo in due blocchi ideologicamente contrapposti, Ovest capitalista liberale versus Est socialcomunista collettivista (in verità tradottosi in un capitalismo di Stato brutale), la quale governò gli equilibri mondiali fino al 1991. Adesso, dopo 35 anni, il fallimento dell’esportazione delle democrazie liberali nella parte orientale del Pianeta ha favorito l’avvento di regimi ufficialmente elettivi ma di fatto plutocratici e autocratici, animati da una buona dose di “nostalgismo” rispetto al Novecento.

La circostanza che, in tutta probabilità, nessuno avrebbe potuto immaginare, è consistita semmai nel mutato scenario politico statunitense, dove l’irruzione della figura del magnate e immobiliarista Donald Trump, prevalso a sorpresa nel 2016 sulla sinistra radical chic dei Clinton, ha sconquassato il cristallizzato bipartitismo fra Repubblicani e Democratici, ossia fra due partiti che, pur richiamandosi a un’alternativa fra la vocazione conservatrice e quella progressista, avevano il minimo comune denominatore del liberalismo, soprattutto nel campo economico e fiscale, e delle garanzie securitarie in tema di ordine pubblico e sociale.

Il sopraggiungere del “Trumpismo” ha svegliato, nella middle class americana timorosa di perdere i privilegi accumulati in dieci anni di presidenza Reagan, un’inedita spinta populista che il tycoon di Manhattan ha cercato di assecondare in tre maniere: varando un maxi piano fiscale di detassazioni interne finanziate tramite la riduzione del welfare e l’aumento esponenziale dei dazi doganali sulle merci in arrivo; rafforzando una campagna rigorosa di remigrazione, con il cittadino straniero visto come fattore di insicurezza e di abbassamento delle condizioni salariali; e moltiplicando le mire espansionistiche nel mondo alla ricerca di materie prime, le cosiddette “commodities”, terre rare, fonti fossili e idrocarburi, con cui contro/garantire un debito pubblico vicino alla soglia “monstre” dei 40.000 miliardi di dollari.

La sede della Federal reserve, la Banca centrale Americana che gestisce l’enorme debito sovrano statunitense: proprio il sempre più elevato passivo dello Stato starebbe alimentando le mire espansioniste dell’amministrazione Trump a caccia di commodities nel mondo

Questo tridente d’attacco ha comportato, all’atto pratico, una grande varietà di contro indicazioni: i dazi hanno importato anzitutto inflazione, indebolendo proprio i redditi delle classi medie e creando le premesse di un aumento dei tassi di interesse a carico del popolo delle “credit cards”; le politiche di rimpatrio coatto hanno creato tensioni sul mercato del lavoro e nella società civile, inevitabile in un contesto composito e multietnico come è storicamente quello statunitense; l’espansionismo, lungi dal risolvere i conflitti globali in atto, ha finito con il crearne di nuovi e con l’aggravare quelli già esistenti, a partire da quello tra Israele e Iran, quest’ultimo erroneamente inteso come facente parte del mondo arabo, in ciò ignorando la plurimillenaria storia dell’impero persiano.

E l’Italia? Nello scenario prima descritto, appare come la statuina più piccola di quella fragile “matrioska di vetro” che è l’Unione europea, ovvero la grande assente da questo redivivo bipolarismo tra Ovest ed Est, quest’ultimo rappresentato dalla coalizione fattuale fra Russia, Cina, Nord Corea e Iran teocratico e islamista. Appare infatti imbarazzante l’assenza di Kaja Kallas, colei che dovrebbe essere la Ministra degli esteri della Commissione von der Leyen, per non parlare di quella del nostro speciale inviato comunitario nel Golfo Persico Luigi di Maio, ministro degli Esteri con Mario Draghi.

Giorgia Meloni con il ministro Guido Crosetto: la fine del multilateralismo potrebbe seriamente danneggiare gli interessi economici dell’Italia, trasformandola nella statuina più piccola e più fragile di quella “matrioska di vetro” che è la UE 

Cosicché, molti Paesi comunitari hanno scelto di muoversi singolarmente, a partire dalla Francia centrista di Macron e soprattutto dalla Spagna socialista di Sanchez, e altrettanto sembra voler fare la Germania democristiana di Friedrich Merz, con l’obiettivo di sbloccare lo stretto di Hormuz a beneficio delle rispettive navi petroliere. Torniamo quindi all’Italia, incastrata in un “purgatoriale limbo dantesco” dove – riprendendo le dichiarazioni di Giorgia Meloni di poche settimane fa – “né condanna né condivide” l’operazione militare di Washington e Tel Aviv contro Teheran. Una dichiarazione che, nel tentativo di salvaguardare la vocazione trumpiana della Premier, ha nel concreto affossato il multilateralismo che aveva sempre rappresentato la cifra distintiva della strategia diplomatica estera del Belpaese, necessitata quest’ultima dalla nostra sensibile collocazione geopolitica e dalla caratteristica di essere anzitutto una Nazione importatrice e trasformatrice di materie prime terze.

Nessuno, al momento di chiudere il giornale, è in grado di sapere che cosa accadrà nelle prossime ore. Però possiamo immaginare quello che accadrà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi: il Governo Meloni rischia di essere ricordato come quello che ha cercato di combattere la crisi energetica spegnendo i lampioni e chiudendo i climatizzatori, anziché perseguire una seria diplomazia energetica. Contestualmente, quale che sia il Governo in carica (molto difficile che allo stato attuale l’esecutivo possa reggere alle frizioni interne estive e autunnali della prossima manovra economica), l’Italia si riscoprirà necessariamente un po’ meno atlantista e un po’ più mediterranea. Nel senso che manterrà una collocazione sì sempre atlantica sulle cartine, ma non più ideologica e men che meno fideistica.

Alessandro Zorgniotti