Un’indagine in otto paesi rivela un divario significativo tra la percezione di sicurezza e l’efficacia reale dei sistemi di prevenzione.
Con un questionario online condotto dalla Rete IGNet in otto paesi europei ed extraeuropei abbiamo raccolto le esperienze di 668 operatori/trici, volontari/e e partecipanti del settore giovanile sul tema della violenza di genere (GBV). I risultati, seppur non statisticamente rappresentativi, offrono un’istantanea utile a riflettere sulle prassi di prevenzione e gestione, rivelando una discrepanza marcata tra i valori dichiarati e gli strumenti operativi a disposizione.
Il quadro generale mostra una percezione inizialmente positiva dell’impegno organizzativo, con valutazioni medie superiori a 7 su 10. Tuttavia, questo dato nasconde una frattura interna: volontari e partecipanti occasionali esprimono un giudizio più favorevole (mediana 9.0), mentre staff retribuito e coordinatori, conoscitori dei meccanismi interni, sono più critici (mediana 8.0). Questo scarto segnala che le buone intenzioni e il clima positivo percepiti dall’esterno non sempre si traducono in protocolli sicuri e applicati.
La conoscenza dei documenti fondativi dedicati alla GBV risulta molto limitata. Solo il 40% degli attivi continuativi è a conoscenza di una policy specifica, con un ulteriore 15% che indica come essa sia “nascosta” in documenti generici. Un preoccupante 21% risponde “non so”, evidenziando carenze nella comunicazione interna. La situazione è ancor più debole per gli statuti: solo circa un quinto dei rispondenti è consapevole di clausole contro il gender pay gap o per la parità di genere negli organi dirigenti. Questo suggerisce che il tema raramente è integrato nelle fondamenta organizzative.
Il punto critico principale è la formazione obbligatoria. Solo il 30% del campione totale dichiara che tutto lo staff e i/le volontari/e la ricevono. Le percentuali crollano tra gli/le attivisti/e (11%) e i/le volontari/e occasionali (14%), e raggiungono appena il 36% tra lo staff retribuito. Questa carenza formativa spiega in gran parte le successive difficoltà nel riconoscere e gestire i casi.
Il ruolo della leadership appare discontinuo: meno della metà dei rispondenti (48%) afferma che il tema è affrontato frequentemente, mentre per il 35% è quasi assente dal dibattito interno. Parallelamente, le procedure di segnalazione, pur dichiarate esistenti dal 47% del campione, sono considerate inefficaci dal 22% e ignote a un ulteriore 19%. Solo un quarto le definisce “ben comunicate a tutti”, rendendo la segnalazione un percorso incerto che disincentiva vittime e testimoni.
Durante le attività, la discussione sulla GBV è più frequente con i/le giovani (56%) che con gli/le adulti/e (44%), riflettendo l’erronea convinzione che con questi ultimi sia meno necessario parlare esplicitamente di rispetto e confini.
I dati sulla gestione concreta dei casi rivelano un sistema in crisi. Il 23% dei/delle rispondenti ha avuto notizia di episodi segnalati internamente negli ultimi due anni, ma un significativo 33% risponde “non so”, indicando possibili lacune nella trasparenza. Il 31% dei partecipanti ha vissuto o testimoniato episodi durante un’attività. Tra il 38% e il 44% dei casi, questi episodi si verificano più spesso in contesti internazionali, sottolineando la necessità di strumenti di mediazione culturalmente sensibili.
Lo spettro della violenza è ampio. Oltre a forme fisiche (25%) e sessuali (31%), sono predominanti la violenza verbale (75%), spesso banalizzata, e quella psico-sociale (44%), sottile e lesiva. La violenza digitale è segnalata nel 19% dei casi.
La crisi è evidente nella fase di segnalazione e risposta. Il 44% degli episodi vissuti o testimoniati non viene affatto segnalato. Le ragioni principali sono la sfiducia nell’organizzazione (38%) e la mancanza di consapevolezza che si trattasse di violenza (38%), seguito dalla paura di ritorsioni (25%) e dall’ignoranza delle procedure (19%). Anche quando la segnalazione avviene, solo nel 56% dei casi si percepisce una reazione, spesso parziale. In un preoccupante 31% dei casi non si riscontra alcuna azione. Inoltre, solo in un terzo degli episodi gestiti viene applicata una policy ufficiale.
Alla domanda su cosa servirebbe per migliorare, le risposte sono state univoche e concrete. La priorità assoluta (67%) sono procedure di segnalazione più chiare, sicure e riservate. Seguono la richiesta di una formazione obbligatoria migliore e più estesa (55%), la presentazione formale di un codice di condotta all’inizio di ogni attività (49%), una discussione introduttiva più approfondita con i/le partecipanti (43%) e la nomina di una persona di riferimento dedicata in ogni attività (37%). Significativamente, solo il 12% chiede un maggiore impegno della leadership, a indicare che la richiesta non è per dichiarazioni di principio, ma per strumenti operativi.
Alla luce di ciò, il rapporto propone di sviluppare strumenti semplici e adattabili come template per policy e protocolli, di istituire una formazione obbligatoria di base online, di definire e formare la figura di un “Focal Point” in ogni progetto, di creare materiali standard per sessioni introduttive efficaci e di rafforzare la preparazione specifica per i contesti internazionali, integrando moduli su mediazione interculturale e differenze nella percezione dei confini.
In conclusione, l’indagine descrive un settore caratterizzato da una genuina attenzione al tema, ma ancora immaturo nella sua capacità di tradurla in sistemi efficaci. La sfida è colmare il divario tra intenti e pratiche attraverso interventi strutturati, semplici e concreti, come quelli espressamente richiesti dai diretti interessati. La costruzione di ambienti realmente sicuri passa necessariamente da questa traduzione operativa dei valori condivisi.
fonte: https://www.informa-giovani.net



