1° maggio, ACTIONAID: CHI LAVORA GIUSTIFICA DI PIÙ LA VIOLENZA MASCHILE CONTRO LE DONNE

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È nel mondo del lavoro che si giocano relazioni e modelli sociali: da qui deve partire la prevenzione primaria 

 
In Italia il lavoro è spesso raccontato come uno spazio di emancipazione, soprattutto per le donne. Ma questa lettura è riduttiva. I dati di “Perché non accada – Il lavoro”, Addendum di ActionAid, mostrano come l’occupazione non elimini le disuguaglianze di genere né le dinamiche di potere che le sostengono, che continuano a manifestarsi anche nei contesti lavorativi.  
“ActionAid chiede che il mondo del lavoro venga riconosciuto come ambito di prevenzione primaria: non solo luogo in cui la violenza si manifesta o può essere intercettata, ma come contesto sociale in cui si producono e si riproducono norme e stereotipi che la legittimano.
La Convenzione OIL n. 190 offre un riferimento chiaro, ma il suo potenziale resta solo parzialmente espresso, soprattutto sul fronte della prevenzione primaria. Anche il Sistema di certificazione della parità di genere va rafforzato in questa direzione.
È necessario spostare il baricentro delle responsabilità, riconoscendo il ruolo delle imprese e dello Stato nella costruzione di ambienti di lavoro capaci di prevenire la violenza prima che accada. Se una parte significativa della vita si svolge nei luoghi di lavoro, è da qui che deve partire la prevenzione” dichiara Rossella Silvestre, esperta politiche di genere e giustizia economica ActionAid. 
Tra chi lavora è maggiore la giustificazione della violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme.
Il 22% del campione dell’indagine legittima la violenza verbale, con livelli più alti tra chi lavora: tra gli uomini si passa dal 18,6% tra i non occupati al 32% tra gli occupati. Lo stesso andamento si registra per la violenza fisica, giustificata dal 13% del campione: tra gli uomini occupati sale al 19,9% contro l’8% dei non occupati.
La violenza economica si conferma la più legittimata, con il 26,7% del campione, e resta più elevata tra chi lavora, in particolare tra gli uomini (34,8% contro il 27,4% tra i non occupati). Non è un paradosso, ma un segnale.
I contesti lavorativi, al pari di quelli domestici e sociali, contribuiscono a produrre e riprodurre norme, aspettative e stereotipi di genere che legittimano la violenza. L’occupazione non è quindi automaticamente un fattore di emancipazione: le disuguaglianze si ripropongono anche nel lavoro.
Lavoro di cura e lavoro. La ricerca mostra inoltre che l’occupazione non riequilibra i carichi di cura. Anche tra chi lavora, le disuguaglianze restano ampie: il 72,8% delle donne si occupa prevalentemente dei lavori domestici, contro il 46% degli uomini.
Quando il lavoro viene meno, il divario aumenta ulteriormente, arrivando a 42,9 punti percentuali (71,4% donne contro 28,5% uomini).
Ma più tempo libero non significa più uguaglianza: al contrario, in assenza del lavoro si rafforzano modelli tradizionali e squilibri già esistenti. L’occupazione si associa quindi solo a una riduzione limitata dei divari, ma non è sufficiente a trasformare le disuguaglianze di genere molto radicate.
Lo stesso vale negli spazi digitali: tra chi lavora aumenta l’esposizione a contenuti costruiti su stereotipi di genere.
Una maggiore esposizione rende queste dinamiche più visibili, ma non le riduce: stereotipi e disuguaglianze continuano a riprodursi anche nei contesti in cui emergono con maggiore evidenza, cioè i luoghi di lavoro. Per questo, senza interventi strutturali, le dinamiche che legittimano la violenza continuano a riprodursi anche nei contesti che frequentiamo ogni giorno.