C’è Sanremo, per 5 giorni referendum giù dal palco

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La kermesse canora, simbolo dell’Italia nel mondo e ancora in grado di realizzare ascolti assoluti a sette zeri in termini di numero di spettatori, tra web streaming e TV, da oggi e fino a sabato rappresenterà la vera pausa di riflessione nel contesto della campagna per il quesito costituzionale sulla Giustizia. Con l’auspicio che tale settimana non venga utilizzata per l’adozione di provvedimenti in grado di modificare le carte in tavola a partita in corso tra i due fronti del Sì e del No

Perché Sanremo è Sanremo e per cinque giorni diventa “tutta l’Italia, tutta l’Italia”, riprendendo il tormentone del refrain della sigla dell’edizione dello scorso anno. Tutta proprio, anche quella che fino a ieri e dalla prossima domenica tornerà a incrociare le spade del duello referendario per confermare o respingere la legge di revisione costituzionale di riforma della Giustizia, o meglio di riorganizzazione totale del Consiglio superiore della magistratura che da uno diventa trino: un CSM per la pubblica accusa, uno per la magistratura giudicante e un’alta corte per i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati ordinari.

Ho riflettuto prima di scrivere questo contributo editoriale, per poter obiettivamente assorbire il maggior numero possibile di campane favorevoli e contrarie a una norma complessa di rango costituzionale che incide ben sette articoli della nostra Legge fondamentale, quella originata dall’avvento dell’Italia repubblicana, e che il Parlamento in carica, Camera e Senato, ha approvato in doppia lettura senza recepire – fatto storicamente inedito – alcun emendamento delle minoranze. Di fatto, pertanto, un disegno di legge espressione, più che di una maggioranza parlamentare non qualificata, di un Governo e del suo Ministro guardasigilli. Il che finisce, al netto delle inevitabili smentite degli interessati, con il polarizzare lo scontro dialettico sulla Presidente Meloni e sul ministro Nordio prima che sul merito delle innovazioni introdotte per l’autogoverno e la responsabilizzazione della magistratura.

L’allora Ministro guardasigilli socialista Giuliano Vassalli con i Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino 

A titolo personale, però, il principale fattore di perplessità fa riferimento all’utilizzo della Memoria di chi, continuamente chiamato in causa per legittimare questa o quella tesi riformatrice, non può replicare poiché non è più fra noi. Penso a grandi Magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il cui sacrificio segnò gli adolescenti della mia generazione, o a un politico galantuomo come Giuliano Vassalli, all’epoca autorevole dirigente del PSI e autore, come Ministro della Giustizia nei governi della prima Repubblica di fine anni Ottanta, della riforma organica del codice di procedura penale che, nel 1989, consentì in via definitiva di superare il previgente codice Rocco, introducendo per la prima volta il processo penale accusatorio e paritetico in sostituzione di quello inquisitorio incombente sino a quel momento e retaggio dello Statuto albertino e del regime mussoliniano. “Loro voterebbero Si”, leggo e sento un po’ ovunque. Non lo sapremo, purtroppo, mai. Così come mai sapremo come avrebbe votato un altro Grande, questa volta del giornalismo e del piccolo schermo, come Enzo Tortora: il “Signor Portobello”, l’Uomo diventato, proprio malgrado, il simbolo dei più gravi macroscopici casi di errore giudiziario e di ingiusta detenzione dell’Italia “moderna”. Tortora, arrestato nel 1983 e deceduto nel 1988 con il sollievo di avere ottenuto la definitiva assoluzione e riabilitazione da ogni folle accusa di appartenenze criminali, non fece neppure in tempo a vedere l’approvazione del codice Vassalli, con il quale venne definitivamente messa la parola “fine” a un’organizzazione del sistema investigativo e processuale penale sbilanciato su un concetto di accusa che, appunto, diventava inquisizione. Va ricordato che lo storico presentatore Rai era stato arrestato, nel giugno del 1983, in base alle disposizioni del codice Rocco che affidava le indagini alla figura del giudice istruttore, poi abolita dalla riforma del 1989.

Il popolare giornalista e conduttore Rai Enzo Tortora, Uomo simbolo della tragedia degli errori giudiziari del nostro Paese: a lui vennero dedicati il referendum del 1986 sulla responsabilità civile dei magistrati e il codice Vassalli che nel 1989 abolì definitivamente il processo penale inquisitorio 

La riforma Vassalli, nello specifico, ha rafforzato la separazione delle funzioni inquirente e giudicante, ferma restando l’unicità del concorso di ingresso nella magistratura, affidando al pubblico ministero il compito di raccogliere elementi indiziari e probatori sia a carico che a eventuale discolpa dell’indagato o inquisito. Qui subentra il primo elemento di perplessità, bene evidenziato dall’ex ministro guardasigilli Mastella, oggi sindaco di Benevento, e dal professor Grosso, torinese fra i più ascoltati giuristi in Italia: un PM esclusivamente dedicato alla pubblica accusa potrebbe rappresentare un fattore di rischio per le garanzie dell’indagato, il quale se provo di mezzi economici idonei potrebbe fare affidamento unicamente su una difesa d’ufficio, il cosiddetto gratuito patrocinio. Tanto che, e le fonti governative non lo smentiscono, nel caso della vittoria del Sì, e dunque della conferma della revisione costituzionale, si renderebbe a quel punto necessario un intervento di legislazione ordinaria per delimitare le prerogative del PM e per sottrarre a questo la potestà sulla Polizia giudiziaria.

C’eravamo tanto amati: il Procuratore Nicola Gratteri e il Ministro guardasigilli attuale Carlo Nordio, espressione del fronte del No e di quello del Sì al referendum Costituzionale del 22 e 23 marzo 

Non meno dubbioso è il passaggio relativo al sorteggio come criterio di elezione dei due CSM e dell’alta corte di disciplina: puro e assoluto per la componente togata, chiamata a scegliere “bendata” i propri rappresentanti all’interno dello stesso ordine giudiziario di appartenenza – ossia fra migliaia di Magistrati ordinari -; e temperato, viceversa, per la quota di nomina del Parlamento che sceglierà all’interno di un ristretto elenco chiuso di accademici e giuristi. Un metodo introdotto per mettere fine alla prassi correntizia che, secondo gli autori della legge Costituzionale, avrebbe finito con il trasformare l’autogoverno e l’indipendenza della magistratura in autoreferenzialità e deresponsabilizzazione.

Credo che nessuno metta in dubbio l’esigenza di modernizzare la Giustizia, sia penale che civile, essenziale alla certezza del diritto e della legalità e alla percezione della sicurezza personale e collettiva. Però, per questo, la cornice è già fin d’ora ben delineata nella Costituzione vigente, che prevede la separazione delle funzioni, il giusto processo e la detenzione come condizione non contrario al senso di umanità, e nel codice Vassalli che ha introdotto da 37 anni il processo accusatorio. Ciò che si richiede al legislatore, governativo e parlamentare, è altro: un robusto lavoro sul piano della produzione normativa ordinaria di qualità: per attuare il referendum del 1986 sulla responsabilità civile dei Magistrati, per favorire un maggiore dialogo fra pubblica accusa e difesa fin dalle primissime fasi delle indagini, così da ridurre al minimo i rischi di ingiuste detenzioni, e per ampliare e modernizzare l’edilizia penitenziaria rispetto alla quale non un solo Euro è stato speso dal PNRR che pure prevedeva uno specifico capitolo contro il sovraffollamento e la vetustà delle Infrastrutture carcerarie. In assenza di queste azioni, e in mancanza pure di leggi di riforma e aggiornamento del concetto di flagranza e delle soglie di punibilità per combattere i reati di maggiore allarme sociale, le riforme costituzionali resteranno soltanto delle cornici senza quadro. O, per restare in tema sanremese, uno spartito senza musiche.

Alessandro Zorgniotti