Crisi energetiche e transizione ecologica: le lezioni del passato per l’Europa

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Negli anni Settanta una crisi petrolifera provocata dalle tensioni in Medio Oriente fece triplicare i prezzi dell’energia e mise sotto pressione le economie occidentali. Alcuni governi reagirono con misure emergenziali, altri colsero quel momento come l’occasione per trasformare in profondità il proprio sistema energetico.

Un’analisi pubblicata dal quotidiano britannico The Guardian e firmata dal giornalista Ajit Niranjan ricostruisce come quella crisi abbia generato scelte strategiche che ancora oggi influenzano il panorama energetico europeo.

La Danimarca avviò l’industria eolica moderna, i Paesi Bassi ripensarono la mobilità urbana puntando sulla bicicletta, mentre nei paesi nordici si diffusero rapidamente politiche di efficienza energetica e sistemi di teleriscaldamento.

Quelle decisioni contribuirono a migliorare la qualità dell’aria e a ridurre la dipendenza dal petrolio importato. Mezzo secolo dopo, con la guerra Usa-Iran in corso, l’Europa si trova nuovamente a confrontarsi con una crisi energetica.

Secondo diversi analisti citati dal The Guardian, la leva decisiva resta la riduzione strutturale della domanda di combustibili fossili. Consumare meno energia fossile significa ridurre i prezzi nel lungo periodo, rafforzare la sicurezza energetica e diminuire l’esposizione alle crisi geopolitiche. La diversificazione delle forniture rappresenta una soluzione di breve periodo che non risolve il problema alla radice.

I dati più recenti sugli investimenti energetici globali mostrano come la transizione sia già in atto, anche se con ritmi ancora insufficienti.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che nel 2025 gli investimenti complessivi nel settore energetico raggiungeranno circa 3,3 trilioni di dollari, con quasi due terzi destinati alle tecnologie pulite, tra cui rinnovabili, reti elettriche, sistemi di accumulo e mobilità elettrica.

Parallelamente, analisi di BloombergNEF indicano che nel 2024 gli investimenti globali nella transizione energetica hanno superato i 2 trilioni di dollari, un record storico ma ancora lontano dai circa 5,6 trilioni annui ritenuti necessari per centrare gli obiettivi climatici entro la metà del secolo.

La crescita delle rinnovabili rappresenta uno dei segnali più evidenti di questo cambiamento strutturale. Secondo le previsioni della stessa IEA, la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili a livello globale potrebbe passare da circa il 32% nel 2024 al 43% entro il 2030, coprendo oltre il novanta per cento dell’aumento della domanda elettrica mondiale. Un trend che conferma come la trasformazione energetica sia già entrata nella fase industriale, con effetti sempre più rilevanti sui mercati e sulle politiche pubbliche.

Nonostante questo slancio, permangono squilibri significativi: studi del World Resources Institute evidenziano che i paesi emergenti, pur registrando la crescita più rapida della domanda energetica, ricevono solo una quota limitata degli investimenti globali in energia pulita.

Questa asimmetria rischia di generare nuove dipendenze e nuove tensioni geopolitiche, replicando su scala diversa le fragilità già emerse durante le crisi petrolifere del passato.

La storia degli anni Settanta mostra che le crisi energetiche possono diventare momenti decisivi per accelerare innovazione e cambiamenti strutturali. In Danimarca, ad esempio, la necessità di ridurre la dipendenza dal petrolio favorì politiche industriali mirate che trasformarono il paese in uno dei leader mondiali dell’energia eolica. Nei Paesi Bassi, le restrizioni temporanee alla circolazione automobilistica contribuirono a cambiare in modo duraturo il modello urbano e le abitudini di mobilità

In Svezia e negli altri paesi nordici, l’efficienza energetica e il teleriscaldamento permisero di ridurre drasticamente l’uso di combustibili fossili nel riscaldamento domestico.

Secondo molti economisti del clima, la lezione più importante riguarda la destinazione delle risorse finanziarie; trasformare la spesa per l’importazione di petrolio e gas in investimenti strutturali per la decarbonizzazione potrebbe ridurre in modo permanente la vulnerabilità economica e geopolitica dell’Europa.

La sfida attuale consiste dunque nel riconoscere l’urgenza di questa trasformazione e nel tradurla in politiche coerenti e di lungo periodo.