Mentre il conflitto entra nella sua terza settimana, Lavrov ha suggerito che la convinzione di una sconfitta in un solo giorno per Teheran sia stata un catastrofico errore di valutazione che ha invece innescato un collasso economico e logistico globale.
Il massimo diplomatico del Cremlino ha indicato le crescenti conseguenze secondarie della situazione attuale, tra cui i prezzi record del petrolio, la chiusura totale dello spazio aereo regionale e l’intensificarsi degli incendi nelle città costiere israeliane, come prova che gli Stati Uniti hanno perso il controllo della narrazione.
Mentre la Casa Bianca continua a ostentare assoluta sicurezza, affermando che la leadership russa “teme” gli Stati Uniti, le dichiarazioni di Lavrov dipingono gli USA come “accecati dalla furia” e intrappolati in una guerra di logoramento che non possono vincere con la sola forza aerea.
Questa offensiva retorica giunge mentre la Russia raccoglie i frutti di un’impennata delle entrate energetiche, posizionandosi al contempo come un’alternativa “stabile” all’intervento occidentale.
Definendo le azioni “aggressione non provocata”, Lavrov cerca di alienare ulteriormente gli Stati Uniti dalle potenze neutrali e dagli alleati esitanti che si sono già rifiutati di unirsi alla coalizione navale nello Stretto di Hormuz.
Per Mosca, il prolungamento del conflitto serve a un duplice scopo: prosciuga le risorse militari americane e mantiene i prezzi globali dell’energia a livelli record, rafforzando il bilancio russo.
L’avvertimento di Lavrov suggerisce che se gli Stati Uniti procederanno con i piani di “invio di truppe sul terreno”, in particolare in siti strategici come l’isola di Kharg, l’errore non farà che aumentare in portata e costo.
Mentre la guerra di parole tra le superpotenze si intensifica, la comunità internazionale si trova a dover affrontare un mondo in cui le alleanze tradizionali si stanno sgretolando e la prospettiva di una “vittoria rapida” è stata sostituita dalla realtà di una crisi globale.



