“Se non riapre Hormuz entro tre settimane, voli a rischio”: la lettera degli aeroporti europei

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L’Airports Council International ha scritto ai commissari europei per l’energia e i trasporti chiedendo un’azione immediata

ROMA – Tre settimane. È questo il margine che separa l’Europa da una carenza sistemica di carburante per aerei, secondo l’Airports Council International, che ha scritto ai commissari europei per l’energia e i trasporti chiedendo un’azione immediata. Se lo Stretto di Hormuz non riprenderà a funzionare come rotta di approvvigionamento stabile, le cancellazioni dei voli estivi non saranno un rischio ma una certezza.

La crisi ha una data di inizio precisa: fine febbraio, quando gli attacchi ordinati da Trump e Netanyahu contro l’Iran hanno di fatto chiuso lo stretto al transito commerciale. Da allora, il carburante per aviazione è più che raddoppiato di prezzo – 1.650 dollari a tonnellata contro i livelli dell’anno scorso. In Europa l’aumento è del 138%. In Asia, del 163%. Il mercato globale si è trasformato in una corsa alle scorte rimaste.

Il problema strutturale è che il carburante per aerei non ha vie d’uscita alternative. Il petrolio può in parte aggirare lo stretto attraverso oleodotti. Il jet fuel no. E l’Europa, che storicamente acquistava oltre il 60% delle proprie forniture dalle raffinerie del Golfo (di cui più del 40% transitava proprio per Hormuz) si ritrova ora a competere con l’intero continente asiatico per approvvigionamenti che arrivano da altri quadranti geografici, più lontani, più costosi, più lenti.

L’ultimo carico europeo di carburante per aerei ad aver attraversato lo stretto prima dello scoppio delle ostilità è atteso a Copenaghen. L’ultima petroliera diretta nel Regno Unito, la Maetiga proveniente dall’Arabia Saudita, è arrivata nel Kent martedì.

Gli aeroporti più piccoli, quelli che dipendono dalle consegne senza disporre di grandi riserve locali sono i primi a rischiare. Michael O’Leary ha detto questa settimana che Ryanair sta valutando di ridurre il proprio operativo del 10%.

Willie Walsh, direttore generale della IATA, è esplicito: anche se Hormuz riaprisse oggi, ci vorrebbero mesi per ripristinare i livelli di approvvigionamento, considerata la capacità di raffinazione andata perduta in Medio Oriente.

fonte: https://www.dire.it/