SFRUTTARCI FINO A MORIRE

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In Italia, c’è una vera e propria emergenza lavoro

Da 30 anni, abbiamo assistito a una riduzione impressionante dei diritti e una stagnazione catastrofica dei salari.

Ma non è stato un errore. È la conseguenza diretta di scelte politiche precise e identificabili.

Il neoliberismo, che in Europa si chiama Unione Europea, ha schiacciato la forza contrattuale dei lavoratori. Dato che il capitalismo privato in Italia si è dimostrato molto più pigro di quello pubblico, che però abbiamo smantellato proprio per entrare nell’UE, la dinamica degli investimenti e della ricerca è stata depressa: la produttività del lavoro praticamente non è cresciuta.

L’austerità ha ulteriormente indebolito questa dinamica, facendo gravare i recuperi di competitività non sul tasso di cambio, che abbiamo perso entrando nell’euro, non sull’aumento della produttività, schiacciata da poca innovazione e scarsa domanda aggregata, ma sulla riduzione dei salari.

La stagnazione dei redditi non è cioè un errore. È la conseguenza diretta del combinato disposto dell’adesione all’Unione Europea e dell’avidità del grande capitale italiano, a cui sono state consegnate le chiavi dell’industria.

Negli ultimi tre decenni, i salari reali italiani sono diminuiti del 3,5 per cento, mentre in Francia e in Germania sono cresciuti del 30 per cento, negli usa del 47 per cento e nel Regno Unito del 45 per cento.

Pacchetto Treu, riforma Biagi, legge Fornero, Jobs Act: dal 1997 al 2018, abbiamo introdotto “riforme strutturali” per ridurre le protezioni sul lavoro e trasformarlo così in una merce scambiabile al minor prezzo possibile.

Assumere a tempo determinato è divenuto più facile, le tipologie di contratto si sono moltiplicate, la precarietà è diventata la normalità piuttosto che l’eccezione. In questi trent’anni la percentuale di contratti a termine in Italia è passata dal 6 al 17 per cento, superando di molto la media dei paesi OCSE.

Questo processo di precarizzazione ha avuto effetti dirompenti sull’economia italiana creando un incentivo per gli imprenditori a investire in settori a intensità di lavoro poco specializzato, puntando cioè le loro strategie su bassi salari, piuttosto che nei settori a intensità di capitale, che richiedono invece ingenti investimenti in tecnologia e formazione del personale.

L’intera UE si è trasformata così in un’economia in via di sviluppo che, invece di puntare sul mercato interno e sui settori ad alto valore aggiunto, ha basato il suo modello di crescita sulle esportazioni, sui bassi salari e sui settori tradizionali dell’industria del xx secolo.

Ciò ci rende estremamente vulnerabili sulle nuove tecnologie, l’energia e l’IA, proprio rispetto alla Cina e agli USA, le potenze verso cui l’UE ci avrebbe dovuto “proteggere”.

C’è solo un modo per rovesciare questa dinamica: contraddire con forza e nettezza, con gradualità ma con fermezza, tutte le scelte economiche, politiche, lavoristiche, finanziarie, bancarie, compiute all’interno del finanzcapitalismo occidentale e dell’Unione Europea negli ultimi 30 anni.

Prudenza, radicalità, ambizione: queste dovrebbero essere le parole per una nuova visione.

Gabriele Guzzi