Le incognite del ritorno al nucleare

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Uno choc dopo l’altro. Guerre vicine, rincari energetici in bolletta, mentre i salari reali degli italiani sono fermi da trent’anni. Con la prospettiva, per l’Italia, di scivolare ancora più in basso, in questa fase in cui il mondo corre verso l’intelligenza artificiale. Tutti elementi che hanno un solo grande indiziato in comune: il costo dell’energia, che in Italia è troppo alto, perché ne produciamo troppo poca.

Così, il governo adesso osa ripescare un dossier tra i più impopolari: il ritorno al nucleare. Il tema è in sé “materiale radioattivo”. Tanto che i governi precedenti hanno avuto paura ad avvicinarsi. Il governo Meloni no. Già questo è notevole – sfidare la pancia dell’elettorato – per una maggioranza che ha vinto le elezioni con slancio populista. C’è quindi una legge delega per costruire nuove centrali, ora all’esame del Parlamento. «L’obiettivo è completarne l’iter entro l’estate, per procedere all’adozione dei decreti attuativi entro la fine dell’anno», dice a L’Espresso il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase, che ha proposto la legge), Gilberto Pichetto Fratin. «Le imprese hanno bisogno di approvvigionamenti energetici sicuri, continui e meno esposti alle tensioni geopolitiche e alle oscillazioni dei mercati«, aggiunge il ministro.

Concorda Marco Ricotti, ordinario di Impianti nucleari al Politecnico di Milano: «Il nucleare serve sia alla decarbonizzazione sia a liberarci dalla dipendenza strategica che abbiamo sul fronte energia, di cui ci siamo tutti resi conto dopo l’invasione dell’Ucraina e nella guerra in Iran. Dipendenza – aggiunge – che, oltre a gonfiare le bollette, frena le nostre aziende e sempre più lo farà nell’era dell’intelligenza artificiale, che richiede infrastrutture molto energivore, i datacenter». Secondo stime del Politecnico di Milano, la potenza installata in Italia per i datacenter aumenterà di 4-6 volte entro il 2035. «Per di più, a proposito di indipendenza: la filiera del nucleare è tutta in Italia, eccetto la materia prima, che però possiamo prendere da Paesi amici, Canada e Australia. A differenza delle rinnovabili, che poggiano su tecnologie cinesi», continua Ricotti.

In concreto, «miriamo a ottenere tra l’11 e il 22 per cento di energia dal nucleare, nel 2050», spiega Nicola Ippolito, direttore della divisione nucleare al Mase. Stime calcolate in base a studi che il Mase ha fatto con sette gruppi di lavoro dal mondo dell’accademia (Politecnico di Milano, di Torino, università Sapienza di Roma, tra gli altri) e delle imprese (come Eni, Enel, Ansaldo). In Italia ora circa il 20 per cento di consumi complessivi viene da rinnovabili; il resto, da fonte fossile. Certo, il progetto della maggioranza poggia su fondamenti scientifici condivisi tra gli accademici che si occupano di nucleare e ha alle spalle una robusta filiera industriale. Punti che lo rendono il tentativo più credibile, esperito dall’Italia, per tornare al nucleare.

I dubbi sono sulle modalità concrete di realizzazione. Qui si concentrano le critiche. Ci sono quelle, prevedibili, provenienti da parte politica (Pd) e di movimenti ambientalisti; ma anche quelle del mondo accademico.

«Non siamo contro il nucleare in sé», dice infatti Alberto Pandolfo, capogruppo Pd in commissione Attività produttive alla Camera, a conferma che l’idea del ritorno, almeno in principio, ha acquisito supporto bipartisan; ma «adesso non è la priorità: dovremmo piuttosto aumentare la quota di rinnovabile, su cui questo governo fa poco. Prima, inoltre, dobbiamo risolvere gli annosi problemi lasciati in sospeso, come identificare i siti per il deposito di scorie nucleari«, aggiunge. Il Pd ha votato quindi contro la legge delega (passata in prima lettura alla Camera il 4 giugno con 155 voti a favore, 86 contro e otto astenuti). «L’Italia può e deve investire di più nelle rinnovabili, come la Spagna», concorda Rosario Cerra, del Centro economia digitale, think tank indipendente e apartitico. «Un Paese che non abbia energia abbondante, a basse emissioni e a costo competitivo non ospiterà le infrastrutture della nuova economia: le vedrà migrare dove l’energia c’è», continua. Allarme su cui insistono anche le considerazioni conclusive della Banca d’Italia, a maggio.

Alessandro Longo