Il merito dell’ascensore

0
0

Arriva puntuale come l’afa, il rapporto Istat di inizio estate: se per caso al caldo mancasse un motivo in più per sentirsi soffocare, ci pensa la statistica a fornirlo, con quella sollecitudine tutta italiana per cui i dati più deprimenti si pubblicano sempre a ridosso delle vacanze, quasi a ricordarci che l’ascensore sociale resta rotto anche mentre quello del condominio, almeno quello, funziona (a meno di blackout dovuti al sovraccarico energetico per i condizionatori sparati a palla).

Il Rapporto annuale Istat 2026 certifica con tutto il rigore statistico possibile una cosa che chiunque abbia messo piede fuori da un consiglio di amministrazione sapeva già da sé: in Italia si nasce, non si diventa.

La mobilità assoluta sembra migliorata — il 73,6% dei nati tra il 1980 e il 1994 svolge un lavoro diverso da quello dei genitori, contro il 70,8% dei nati prima del 1950 — ma è un’illusione ottica prodotta dalla terziarizzazione dell’economia: si è semplicemente svuotata l’agricoltura e riempito il terziario, non la scala sociale.

Quando si guarda alla mobilità relativa, cioè al vantaggio di classe rispetto agli altri e non rispetto al passato della propria famiglia, la fotografia diventa impietosa: i figli dei grandi imprenditori e degli alti dirigenti hanno una probabilità di mantenere la propria posizione al vertice tra le 4 e le 13 volte superiore rispetto a chi parte dal basso, mentre i figli degli operai non qualificati restano intrappolati nella stessa condizione con una probabilità stabile intorno al 5,5 attraverso quattro generazioni, senza oscillazioni significative.

Tra i nati fra il 1980 e il 1994, per la prima volta nella storia repubblicana, la mobilità discendente ha superato quella ascendente.

La rigidità disegna, nei dati Istat, una curva a U: la stabilità è massima ai due poli opposti della piramide sociale e si allenta soltanto nelle fasce intermedie, dove le professioni impiegatizie e il basso terziario restano gli unici varchi permeabili.

Il titolo di studio dei genitori resta il predittore più solido del destino dei figli: nelle famiglie in cui il titolo dei genitori si ferma alla licenza media, il 35,1% dei figli non riesce nemmeno a conseguire il diploma superiore, e appena il 12,8% raggiunge la laurea; dove invece in casa c’è almeno un laureato, la quota di figli che ottiene il titolo universitario sale al 64,7%. La povertà assoluta colpisce 5,7 milioni di individui, il 9,8% della popolazione, con un picco del 13,4% nelle Isole; l’incidenza sale al 15,6% tra le famiglie di operai e lavoratori assimilati, contro un 2,3% tra i nuclei guidati da un laureato.

E il Mezzogiorno, con appena il 4,1% delle forze di lavoro specializzate in professioni scientifiche e ingegneristiche, perde nette 16mila unità l’anno di forza lavoro qualificata verso il Centro-Nord — 22mila partenze contro 6mila rientri, il saldo secco del brain drain.

Ecco, tutto questo per dire che il Merito — quella parola che i governi di ogni colore infilano nei nomi dei ministeri come fosse un profumo per coprire l’odore della naftalina — e che torna buono per ogni campagna elettorale di qualsiasi schieramento, anche dei nuovissimi arrivati (si fa per dire), come la sceneggiata della Ravetto alla prima assemblea di Futuro Nazionale ha dimostrato, è in realtà l’unica cosa in Italia che si eredita con perfetta regolarità genetica, insieme alla casa al mare e al cognome giusto sul citofono.

È buffo che si chiami “ascensore sociale” un dispositivo che, a leggere i numeri Istat, non sale mai: al massimo trema un po’, come quelli vecchi dei palazzi nobiliari, giusto per dare l’impressione del movimento a chi ci sta dentro da generazioni.

Il Merito, in questa versione italiana, non è la misura di quanto uno vale, ma la certificazione notarile di quanto uno era già messo bene in partenza: un marchio DOP che si applica sulla culla, non sul curriculum.

E infatti la statistica, con la freddezza contabile che le è propria, non fa che confermare quello che la retorica meritocratica si ostina a negare: si dice ai penultimi che basta impegnarsi, sapendo benissimo che il tappeto sotto i loro piedi è stato tolto due generazioni prima che nascessero.

Il vero paradosso è che più il Paese invoca il merito, più i suoi stessi numeri lo smentiscono: se il vantaggio relativo di chi nasce in alto resta stabile per settant’anni, allora quello che chiamiamo “merito” non misura lo sforzo individuale ma semplicemente la distanza di partenza dal traguardo. È come premiare il corridore che parte già a metà pista e poi scrivere sul podio “ha vinto perché ha corso di più”.

Marco Di Salvo