DINO RADJA: IL GIGANTE DI SPALATO, LEGGENDA SENZA CONFINI GEOGRAFICI

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Spalato non è una città qualsiasi per chi ama la pallacanestro, è quasi un luogo sacro.

Da quelle strade affacciate sull’Adriatico è uscita una quantità di talento difficilmente ripetibile: Toni Kukoc, Velimir Perasovic, Zan Tabak e Dino Radja. Ognuno con caratteristiche diverse, ma tutti cresciuti nella stessa scuola cestistica, quella della Jugoplastika entrata di diritto nella storia del basket continentale.

Dino Radja, ovvero l’equilibrio perfetto tra tecnica e forza. Alto 2,12 metri, possedeva una mobilità fuori dal comune.

Non era il classico centro destinato a vivere sotto canestro. Sapeva correre il campo, giocare spalle a canestro, attaccare frontalmente il difensore e mettere palla a terra con una naturalezza che, per un uomo della sua stazza, sembrava quasi irreale. Aveva piedi rapidissimi, mani educate e un repertorio offensivo vastissimo. Oggi parleremmo di un lungo moderno. Lui lo era già, quarant’anni fa.

La sua crescita coincise con quella della Jugoplastika Spalato, allenata da un giovanissimo Bozidar Maljković che tra il 1989 e il 1991 conquistò tre Coppe dei Campioni consecutive. Era una formazione costruita su talento, disciplina e una cultura del gioco che sembrava appartenere a un’altra dimensione.

Radja era sul parquet in due dei tre trionfi citati nel massimo torneo continentale, era il riferimento del pitturato. Non aveva bisogno di gesti plateali per incidere e bastava guardarlo giocare per capire la sua ‘universalità’.

Segnava, prendeva rimbalzi, proteggeva il ferro, faceva giocare i compagni. Era uno di quei giocatori che migliora una squadra semplicemente con la sua presenza.

Naturalmente fece parte di quella splendida nazionale jugoslava che un po’ tutti gli appassionati di basket hanno amato e idealizzato, considerandola senza timore di smentita il ‘dream team europeo’. Con la Jugoslavia vincerà due titoli europei nel 1989 e 1991 dopo aver messo al collo l’argento ai Giochi Olimpici di Seul 1988. Purtroppo salterà per un grave infortunio i mondiali in Argentina nel 1990: un’estate di svolta per lui, quella del trasferimento alla Virtus Roma.

Per il club capitolino erano i celebri anni della gestione Ferruzzi in cui venne costruito un roster ambizioso che, sulla carta, partiva assolutamente per vincere il campionato italiano. Ma furono anni deludenti per le aspettative dei tifosi romani, unico sorriso la Coppa Korac vinta nella stagione 1991-92. A Roma giocò 104 partite, con una media di 10,3 rimbalzi e 20,2 punti.

Tuttavia Dino Radja restò uno dei migliori giocatori europei nel suo ruolo ed entrò logicamente nei radar NBA. I Boston Celtics lo avevano scelto al Draft già nel 1989, ma soltanto nel 1993 riuscirono a portarlo negli Stati Uniti. La franchigia non era più quella dei trionfi di Larry Bird, ma Radja riuscì comunque a imporsi in un campionato in cui i lunghi si chiamavano Hakeem Olajuwon, David Robinson, Patrick Ewing, Shaquille O’Neal e Alonzo Mourning.

Non era semplice per un europeo guadagnarsi rispetto in quella NBA. Lui ci riuscì senza proclami: per quattro stagioni viaggiò stabilmente intorno ai 17 punti e agli 8 rimbalzi di media, dimostrando che il basket europeo produceva giocatori perfettamente in grado di competere al massimo livello.

Gli infortuni alle ginocchia limitarono inevitabilmente gli ultimi anni della sua carriera, ma non riuscirono mai a cancellarne la classe. Dopo l’esperienza americana tornò in Europa, vestendo le maglie di Panathinaikos, Olympiacos, Zadar, Cibona e infine ancora Spalato, quasi a voler chiudere il cerchio proprio dove tutto era cominciato.

Nel 2018 arrivò anche il riconoscimento più prestigioso: l’ingresso nella Basketball Hall of Fame.