
La nuova legge elettorale ha ottenuto 217 sì alla Camera e ora passerà all’esame del Senato per ultimare il suo iter legislativo e trovare completa approvazione
E malgrado le tante polemiche della sinistra in questi giorni, lo Stabilicium – è il suo nome – compie dei passi in avanti molto importanti verso una maggiore stabilità di chi governa, con passaggi fondamentali e talvolta storici, come il voto fuori sede che, dopo le sperimentazioni delle ultime tornate elettorali (europee e referendum), diventa strutturale. Da sempre una battaglia della destra giovanile che ora diventa realtà.
Con la sinistra che, per anni, ha tentato di marciarci su, senza però mai attuarla quando poteva. Quella stessa sinistra che si è ritrovata a festeggiare per la mancata approvazione dell’emendamento sulle preferenze: un autogol comunicativo assurdo vedere un cosiddetto “avvocato del popolo” favorire i listini bloccati come ultimi rantoli di una partitocrazia che Fratelli d’Italia ha fin da subito combattuto.
E lo si evince anche dalla stessa legge elettorale, che mira alla governabilità, contro gli inciuci di palazzo che troppe volte hanno deciso a tavolino i governi, senza il consenso diretto dei cittadini (ad esempio, l’avvocato del popolo Giuseppe Conte è comparso dopo le elezioni, nessuno in effetti lo conosceva nel 2018 quando si votò).
Governabilità che nello Stabilicium sarà garantita da un concetto abbastanza semplice: basterà anche un solo voto in più per poter ottenere la maggioranza del Parlamento e governare. È previsto infatti un premio di maggioranza al partito e alla coalizione che supererà per primo il 42% dei consensi: il premio è di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un limite massimo di 220 deputati e 113 senatori, che equivalgono al 55% del Parlamento.
Basterà quindi un voto in più per ottenere il premio. Addio, poi, al sistema maggioritario: si torna al proporzionale, con le stesse soglie di sbarramento: 10% per le coalizioni, 3% per le singole liste. Con una novità: la legge consentirà di “ripescare” la prima lista della coalizione rimasta sotto la soglia di sbarramento.
È una novità, d’altronde, anche l’indicazione del candidato premier: ogni coalizione e ogni partito dovranno presentare il loro candidato alla Presidenza del Consiglio, sotto pena di inammissibilità della lista stessa.
Una norma, insomma, che vuole evitare proprio quanto detto in precedenza: e cioè che soggetti senza né arte né parte, non passati per il consenso popolare, si ritrovino a Palazzo Chigi come cosiddetti “tecnici”, a capo di coalizioni accozzaglia nate soltanto dopo il voto, prescindendo dal parere dei cittadini.
Si capisce che si tratta di una norma che vuole rimettere al centro l’importanza del voto popolare, vuole ridare peso a quanto viene espresso dai cittadini, cosa che troppe volte la partitocrazia ha osteggiato. Altre novità tecniche: ci saranno meno circoscrizioni per il voto all’estero, mentre dalla raccolta firme saranno esonerati soltanto i partiti con un gruppo parlamentare nato prima della fine del 2025. Ora la parola passa al Senato, dove potrebbe tornare la sfida sulle preferenze.
Il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, è stato chiaro: “Alla luce del voto sulle preferenze ricordo – da Presidente del Senato – che nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera. Ovviamente con un voto favorevole che per il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori”. Vedremo.


