Cultura del narcisismo

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Una donna di cultura come Selvaggia Lucarelli sebbene non immune, come tutti, ai moti di invidia, dovrebbe quanto meno controllarla, e magari con un piccolo sforzo subliminarla, trasformandola in spirito di emulazione.

Ma quanto ho appena scritto non succede alla giornalista de Il Fatto Quotidiano. Perché? Provo a rispondervi. La Lucarelli è un essere umano completo: è bellissima, ha il più bel seno giornalistico in Italia, e come giornalista cerca sempre il clamore mediatico. In che modo? Facendo il bastian contrario anche quando il buon senso dovrebbe indurla ad un pensiero più mainstream.

Non ricordo di lei che abbia mai scoperchiato situazioni di malaffare in cui si siano incrociati gli interessi di mafia e politica. Non è mai successo perché contrariamente a quanto lei pensa di sé stessa, la Lucarelli non è mai stata una giornalista investigativa. Quando lei mette il suo nasino alla francese negli affari altrui lo fa per smascherare le bagatelle che ai suoi occhi sono di importanza monumentale.

Come mai? È tutta colpa della cultura del narcisismo che a sua insaputa è impregnata. La sua bellezza e la sua sensualità fanno a pugni con il suo essere giornalistico.

Quando si eccelle nell’aspetto esteriore e non si vuole sciuparlo ci si costruisce una bolla in cui vivere. Stando in questa realtà personale sospesa si salva tutto quello a cui ci si tiene: bellezza e autoidealizzazione del proprio talento professionale.

Naturalmente gli urti che la bolla subisce dalla realtà di chi fa un vero giornalismo al servizio dei cittadini, interrompono la magica sospensione della bolla, atterrandola e costringendo chi la abita a trovare l’occasione per rilanciarla nell’etere, in cui il metro di misura di tutte le cose non è il principio di realtà ma il principio della propria delirante boria.

Selvaggia Lucarelli è superficialmente tollerante, in realtà priva di ogni solidarietà, e vede in ciascuno un rivale con cui competere; si ritiene affrancata dai tabù, e non ha tuttavia alcuna serenità sessuale; loda il rispetto del principio della meritocrazia, ma nella segreta convinzione che non si applichino nei suoi confronti.

Questo è il suo identikit, pertanto non deve sorprendere se ha attaccato il povero Ranucci. Quale migliore occasione per mettere a tacere i morsi dell’invidia, quella di maramaldeggiare su un uomo ferito a morte, che sotterrato sotto una montagna di fango non metterà più in ombra il suo sé idealizzato. Quale? La rappresentazione delirante di sé di essere la più bella, la più sensuale e la più brava di tutto il creato…

Giovanni Milella Gentile