Legge elettorale: preferenze e donne, Meloni teme agguati nella roulette Camera

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Trionfalismi di facciata: «Gli italiani potranno scegliere premier, coalizione e parlamentari grazie alla destra, la sinistra non è credibile», dice Giorgia Meloni da Vercelli, al festival del riso. In realtà a Palazzo Chigi continuano a volteggiare fantasmi sul destino della legge elettorale.

E una consapevolezza: il percorso resta accidentato. Nessuno si attende altre bizze a Palazzo Madama, il voto finale è previsto martedì. Ma a Montecitorio le opposizioni chiederanno di nuovo il voto segreto, sulla terza e ultima lettura. A luglio si sa com’è andata: il governo è finito sotto.

L’esecutivo stavolta metterà la fiducia, sicuramente, come ripete da giorni ai colleghi il ministro Luca Ciriani. Fallisse quel passaggio – o anche quello immediatamente successivo, sul merito del provvedimento – Meloni salirebbe al Colle, per il voto a gennaio.

Ma è una minaccia spuntata, per i parlamentari che non vogliono rischiare il seggio con le preferenze, introdotte seppur parzialmente con l’emendamento votato in Senato l’altro ieri. Pure il rischio di perdere il vitalizio, che scatta ad aprile, non cruccia quasi nessuno: per chi ha solo una legislatura, ammonta a meno di mille euro netti. Dentro FdI i timori sono confessati sottovoce.

I ministri stavolta saranno tutti precettati. E dovranno votare (Giorgetti a luglio era in aula, ma non fece in tempo a pigiare il bottone). Per i deputati, missioni azzerate: tocca essere presenti, altrimenti niente ricandidatura.

Il nervosismo di via della Scrofa investe però soprattutto gli alleati, mai convinti del tutto dalle crocette sulla scheda, dopo i capolista bloccati. Con questo spirito sospettoso, nelle chat dei Fratelli ieri rimbalzava l’intervento della capogruppo di FI in Senato, Stefania Craxi, vicina ai Berlusconi: «I partiti – ha rivendicato in aula – hanno anche la responsabilità di formare e selezionare la classe dirigente».

Una rivendicazione contro le preferenze tout court. Quanto alla Lega, alla Camera il gruppo è molto meno controllato da Salvini rispetto al Senato. E poi ci sono le donne, scontente trasversalmente, visto che è saltata l’alternanza di genere per i capilista bloccati. La calendiana Elena Bonetti già promette: «Sono pronta a mobilitarle». Il lancio d’agenzia è stato inoltrato in un gruppo Whatsapp ufficioso di forzisti. E di certo non solo lì.

I tormenti non finiranno a ottobre, con il voto nel pallottoliere impazzito di Montecitorio. Nella cerchia di Meloni sono quasi certi che si metterà di traverso la Corte costituzionale, con una «solerzia» sospetta. Il timore è che una sentenza arrivi «in un paio di mesi». Prima delle urne.

Altri, intorno alla premier, confidano nel lavorio sottotraccia di Ignazio La Russa. Più fonti di FdI raccontano che il presidente del Senato l’altro ieri, dopo una telefonata con Meloni, sia salito al Colle per le ultime limature: lo stop alla norma “anti-cespugli” e la riduzione delle firme per i partiti non presenti in Parlamento, prima aumentate a 9mila e ieri portate a quota 6mila.

I rapporti tra la seconda carica dello Stato e Meloni restano tesi, anche se La Russa ieri negava: «Ira della premier su di me? Ma perché? I giornali dicono che potevo bocciare i sub emendamenti» dell’opposizione sulle preferenze libere, risparmiando un voltafaccia a FdI. Così aveva fatto la commissione.

«Ma avrei fatto una violazione del regolamento, si sarebbe bloccato il percorso», la tesi del presidente del Senato, che poi descrive FdI come un «antidoto» alle avanzate a destra, modello Afd. Si parla di Sassonia, ma si guarda sempre a Vannacci. Pure Meloni scaccia scenari simili nello Stivale: «La democrazia va rispettata, ma nessun parallelismo: in Germania governa una Grosse Koalition».

Lorenzo De Cicco