Questa è la foto che dovrebbero appendere nelle scuole di giornalismo.
Al centro c’è Rachel Scott. Fa una cosa che in Italia ormai sembra un reato: fa una domanda vera.
Dice a Trump:
“Lei dice che l’economia americana vola. Allora perché deve promettere 5.000 dollari alla gente per farla votare Repubblicano? Abbiamo 40 mila miliardi di debito.”
Logica elementare.
Trump risponde con il solito disco rotto: “È una ricompensa per quello che hanno sofferto con Biden”.
Lei non molla.
“Ma aveva promesso anche i rimborsi dei dazi…”
Lui la blocca: “Tu no. Tu no.”
Lei: “E quelli non sono mai arrivati.”
Lui, Presidente degli Stati Uniti, davanti alle telecamere di mezzo mondo: “Tu no. Sei la peggiore.”
Ecco tutto.
Lui si piega in avanti, la faccia deformata dalla rabbia, alza la voce come un bullo da bar.
Lei resta lì. Microfono in mano. Non abbassa lo sguardo. Non fa la risatina di circostanza. Gli ricorda che sta mentendo.
Lui fa la figura del miserabile. Lei fa giornalismo.
In America ancora si può fare.
Qui da noi, davanti a un politico, la maggior parte dei “giornalisti” si trasforma in un porta-microfono. Annuisce, ringrazia, chiede scusa per aver disturbato.
Guardiamo bene questa scena. È la differenza tra un giornalista e un addetto stampa del potere.
Uno fa una figura miserabile.
L’altra fa giornalismo



