Sarebbe bello se i problemi di salute di Alessandro Di Battista avessero come corollario almeno un riflettore in più acceso su Cuba e i cubani, visto che è laggiù che si è sentito male e sicuramente non era lì per fare turismo; ma perché si parlasse un poco di più della situazione di quel paese.
Circolano impressionanti appelli di cubane e cubani, in rete, di difficile verifica ma di fortissimo impatto, e purtroppo molto verosimili, sul lento strangolamento di quella gente per via dell’embargo americano.
Vecchi che muoiono per mancanza di farmaci salvavita, bambini senza alimentazione decente, impossibilità di conservare cibi e farmaci e più in generale l’orribile realtà di un assedio per fame che usa la salute e la vita delle persone per annientare un regime sgradito. La fame come arma politica: già visto a Gaza, sarebbe triste se il bis venisse a galla, di fronte all’opinione pubblica mondiale, solamente a tragedia avvenuta.
A differenza del regime iraniano, fortemente rafforzato dalla guerra sciocca e dissennata di Trump, quello cubano non ha alcun rilievo strategico di primo piano.
Langue e vive di ricordi, non aggredisce nessuno, non trama contro nessuno: l’odio americano per il castrismo è squisitamente ideologico, è l’elefante che non sopporta di ritrovarsi sotto la pancia un topolino riottoso, che in tanti anni non è mai riuscito a schiacciare.
Ora ci prova nel più ripugnante dei modi, stringendo la morsa dell’embargo e colpendo un popolo per vederlo inginocchiato.
Anche per gli anticastristi è molto difficile, anzi ormai impossibile, stabilire quale sia il primato morale degli Stati Uniti rispetto a Cuba. Specie ora che il metodo adottato per piegarla è l’accanimento quotidiano contro vecchi, bambini e ammalati.
Michele Serra



