RICORDANDO MARIANGELA MELATO: ESSERE MATERNA SENZA ESSERE MADRE, L’INCONTRO CHE MI HA CAMBIATA

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«In una casa famiglia ho incontrato un bambino che mi ha colpita in modo profondo. Era piccolo, solo, diverso dagli altri non perché avesse qualcosa in meno, ma perché sembrava portare addosso una solitudine più grande.

Gli altri bambini avevano qualcuno che, in qualche modo, tornava a cercarli. Genitori fragili, assenti, difficili, ma comunque presenze che ogni tanto comparivano. Lui no. Lui era sempre solo. Aveva negli occhi una fame enorme di essere accettato, una fame che riconoscevo, perché da piccola l’avevo sentita anch’io.

Quando mi disse: “Prendi me che sono il più buono”, provai uno strazio immenso. Non lo sentii come un figlio, ma quasi come un fratellino da proteggere, qualcuno che mi stava chiedendo soltanto di essere visto, scelto, amato.

Arrivai persino a pensare di sposarmi pur di poterlo prendere con me. Poi la mia relazione finì e quel progetto si fermò. Ma dentro di me rimase una certezza: avrei potuto farlo. Avrei potuto essere materna senza essere madre.

Per me esiste una differenza enorme tra mettere al mondo un bambino e aiutare un bambino che è già al mondo. Non considero la maternità soltanto un fatto biologico. Può essere cura, presenza, responsabilità, capacità di accogliere una vita che chiede spazio e amore.

Quell’incontro mi fece pensare anche alla legge, alle possibilità negate, alle strade complicate per chi avrebbe voluto adottare pur non rientrando nei modelli tradizionali.

Conoscevo donne che altrove avevano potuto farlo da sole, mentre qui tutto sembrava più difficile.

Quel bambino mi ha lasciato dentro una domanda che non si è mai spenta: quanti piccoli aspettano solo qualcuno che scelga di amarli? E quanto amore potremmo dare, se imparassimo a guardare la maternità non solo come nascita, ma come accoglienza?».