Quando si parla di un cane e del suo padrone, le emozioni escono come un fiume in piena. Perché i cani, e gli animali in generale, non hanno colpe.
E quando una persona riceve il loro amore, è incondizionato, istintivo, diretto, non fa domande e non ha vie di mezzo. La connessione tra uomo e cane, in questo caso, è al limite della simbiosi. Ognuno dipende dall’altro.
Il personaggio di Brad Pitt è un ex militare che ne ha viste troppe. E così anche Odino, il suo cane: sfigurato, senza una zampa, stress post traumatico e con i denti di titanio, perché qualcuno glieli ha spaccati a colpi di mattone (il personaggio di Brad Pitt ci tiene a far sapere che a quel tizio ha poi sparato in testa).
E quella punizione così estrema non ci sembra poi così estrema, quando si tratta di qualcuno che ha fatto del male a un animale. C’è qualcosa di profondamente umano e irrazionale, nel senso dell’onore che attribuiamo alla fedeltà di un cane. Una purezza che ci sembra assoluta e che siamo disposti a difendere senza mezze misure.
Il film si basa tutto su questo rapporto. Non è un action, anche se qualcuno potrebbe aspettarselo. È un film in cui le cose accadono, in cui i fili di un’intera vita si raccolgono lentamente fino a formare un nodo e mentre la storia procede; il protagonista interpretato da Brad Pitt, poco alla volta, smette di essere il centro del racconto. Quel centro diventa Odino.
Il cuore della bestia è un film asciutto, non esalta, narra. Un film dall’aria tranquilla ma severa. David Ayer ha diretto ciofeche immonde (è meglio come sceneggiatore) , come Suicide Squad o Sabotage, e anche qui la poca maestria si vede ma si ci passa sopra. Grazie a un inaspettato J.K. Simmons, a Brad Pitt che sottrae e a Odino, ovviamente.
È uno di quei piccoli film che non cambieranno nulla nella storia del cinema e che probabilmente non significheranno niente per moltissime persone.
Ma per alcuni, pochissimi, parleranno dritti al cuore.



