IMPORT AUTO CINESI – La sconfitta che l’Ue si è regalata con il Green Deal

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Si è chiusa ieri la missione di Sefcovic in Cina, senza un accordo in grado di evitare un danno sul fronte dell’auto

La missione del Commissario europeo al commercio Maroš Šefčovič in Cina si è conclusa ieri senza un accordo sulle esportazioni di auto elettriche nell’Ue. Il comunicato stampa congiunto, firmato anche dal ministro del Commercio cinese, si limita solo a un riferimento alle attuali linee guida dell’Unione sui dazi alle auto cinesi; i dazi possono non essere applicati se i produttori cinesi dimostrano che il prezzo di vendita non sia ingiustificatamente basso e frutto di aiuti di Stato.

Le due parti hanno prodotto un documento in cui ci si accorda sulle procedure da adottare da qui in avanti per risolvere la disputa commerciale che però rimane senza soluzione; gli impegni messi nero su bianco ieri sono infatti generici e non vincolanti. Il viaggio era invece iniziato con altre attese e negli ultimi due giorni si era prospettata l’apertura di una guerra commerciale a tutto campo in cui l’Unione europea avrebbe bloccato le importazioni cinesi.

Il tema del giorno è l’invasione delle auto elettriche cinesi la cui quota di mercato in Europa nei primi otto mesi dell’anno è cresciuta di quasi il 50% rispetto al 2025. Le società europee non sono sostanzialmente presenti in questo segmento e quando lo sono non riescono a competere con le auto di Pechino che costano di meno.

L’Europa non riesce a fermare questa ondata perché è riuscita a convincere tutti, con le buone e più spesso con le cattive, che non poteva esserci un’alternativa alle auto elettriche.

Per anni i costruttori europei hanno provato a convincere Bruxelles ad ammettere almeno il principio della neutralità tecnologica; in questo caso si sarebbe potuto salvare il motore a combustione su cui le case continentali avevano leadership e tecnologie.

L’Europa ha obbligato tutti a convincersi dell’inevitabilità dell’auto elettrica facendo nel frattempo la guerra agli idrocarburi; il risultato è che oltre a non aver investito per un decennio nel gas si sono abbandonate le raffinerie che non avevano ragione di esistere nello scenario europeo. Complice la crisi dello stretto di Hormuz, l’esplosione dei prezzi del diesel e della benzina, per cui l’Europa non ha una risposta, oggi per i consumatori è difficile resistere al fascino dell’auto elettrica.

Arrivati a questo punto l’Europa comprende che è tutto il suo settore automotive a essere minacciato. I gruppi continentali possono cedere i propri impianti a società di Pechino vendendo loro il biglietto di ingresso nel mercato unico in cambio di una condivisione dei profitti.

Il risultato però non cambia perché il cuore di quelle auto, pur prodotte in Europa, sarebbe comunque cinese con tutto quello che questo comporta in termini di impoverimento tecnologico e industriale del settore europeo.

È questo scenario che spiega la debolezza negoziale di Bruxelles. L’Europa può infliggere dazi punitivi alle importazioni cinesi ottenendo però il risultato di mettere molte famiglie europee nelle condizioni di non potersi permettere un’automobile. L’auto in Europa può solo essere elettrica e dato questo limite e l’evoluzione dell’industria per essere anche economica può solo essere cinese.

Questo è il risultato della politica industriale europea su uno dei segmenti economici più rilevanti. Si fatica a comprendere come l’Europa possa uscire dall’angolo in cui si è messa.

Il comunicato congiunto di ieri con i suoi impegni generici e gli accordi procedurali dimostra che Bruxelles non ha una risposta, tanto più dal basso di una crisi energetica in parte subita, per i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, e in parte autoprodotta per l’abbaglio sui tempi e i costi della transizione. Verrebbe da dire che senza un cambio di leadership sia impossibile invertire la rotta; non si può pretendere che la classe politica che ha prodotto questo disastro oggi ammetta le proprie colpe.

di Paolo Annoni