LA BRUCIA… MA CHE SIGNIFICA?

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Se entro, quella di storia potrebbe interrogarmi e non sono preparato. Se non entro, devo farmi la giustificazione da solo”. La decisione arrivava in extremis, pochi metri dalla fermata di piazza Cavour. Non esistevano gli smartphone: per incontrare gli amici e cercare un compagno di “brucia” dovevi rischiare il tutto per tutto.

Arrivare nei dintorni della scuola, e nella bolgia dell’entrata, senza farti vedere dai professori o da qualche bidello (falsi amici, in realtà clamorosi delatori), proporre la mattinata di indebita assenza.

Brucia, a Livorno. Sega, a Roma. Bigiare, a Milano. Forca, in altre zone d’Italia. Termini diversi per una sola impresa: non andare a scuola senza farlo sapere a nessuno, men che meno ai genitori.

 

In quegli anni fatati, la brucia era stata elevata a livello di arte. Erano nati dei Michelangelo, dei Leonardo dell’assenza. Falsari di altissimo lignaggio, capaci di riprodurre la firma del padre o della madre in maniera perfetta sul libretto delle giustificazioni.

“Motivi familiari”, era la formula di prammatica, che voleva dire tutto e nulla: poteva sottindere una gita, una visita medica, il cugino di terzo grado che non stava bene, l’ascensore che si era bloccato e ti aveva imprigionato come Silvio Pellico allo Spielberg.

Il libretto era una pericolosissima arma a doppio taglio: perché il falso in atto pubblico era cristallino, e se i genitori arrivavano, anche per sbaglio, a frugare tra quelle pagine il giochetto crollava e le conseguenze erano terribili: niente Attias per quindici giorni, dimentica lo stadio o il palasport, lucchetto al telefono grigio con il quale ti giocavi le fiches sentimentali. Insomma, il Conte di Montecristo.

Ma la brucia era una tentazione troppo forte. Al quattro annunciato, per scarsa preparazione, preferivi la latitanza dalle otto alle una: d’inverno dentro il bar a pochi passi dalla scuola, nascosto come un delinquente nella saletta del flipper. In primavera sul lungomare, sempre lontano dalla strada, tra boschetti e panchine.

Per poi certificare il tutto, al ritorno a casa, con la formula ipocrita di sempre: “Tutto a posto a scuola”.

La brucia era amicizia, amore, scoperta di angoli reconditi della città. Era rischio e avventura. Era un modo per crescere, anche prendendo la decisione sbagliata.

Oggi la brucia, malinconicamente, è una missione suicida, e impossibile. L’assenza dello studente viene segnalata in tempo reale sullo smartphone dei genitori.

Politicamente più corretto, certo, ma un addio definitivo a quel fascino, a quelle farfalle che si agitavano sullo stomaco alla fermata di piazza Cavour, quando dovevi decidere. E com’era bello prendere la decisione sbagliata

Giorgio Billeri