Convegno “In Gioco”, PD: LO SPORT IN CIMA ALL’AGENDA POLITICA

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PD: REGIONE INVESTA DI PIÙ

Lo sport in cima all’agenda politica. Come prevenzione, che poi agisce sui costi della sanità, e come socialità, che ha alla fine la stessa funzione. Perché ritrovarsi in una palestra, in un campo sportivo, in una strada di campagna a correre o camminare è salute da tutti i punti di vista. Ma i problemi non mancano, a cominciare dall’investimento pubblico nelle strutture, nel sostegno alle società, nei bonus alle famiglie.

“In Gioco: lo sport delle persone” è il titolo della seconda edizione del convegno, organizzato dal Gruppo regionale del Pd, a Palazzo Pirelli, per parlare proprio di come le istituzioni possano sostenere la pratica sportiva di tutti e tutte, dai più piccoli ai più anziani.

“Per noi è importante continuare questa iniziativa su un tema tanto rilevante nella vita delle persone, quanto spesso estraneo all’agenda politica delle grandi istituzioni. E lo affrontiamo considerando lo sport non solo come pratica fine a se stessa, ma come fautore di legami e relazioni che si creano tra le persone.

In tempi di Olimpiadi, appena concluse e con un dibattito per una seconda fase già in essere, noi mettiamo al centro non solo la questione dei grandi eventi e di cosa possono comunicare, ma di come disseminarli per garantire la pratica sportiva e scommettere su di essa.

E affrontiamo il tema dell’accesso: in questa Regione deve essere più ambizioso ed efficace. Non è una questione di avere una visione radicalmente diversa o modelli differenti. Come istituzione dobbiamo mostrare un interesse maggiore, stando al passo di tante energie attive nella comunità e garantendo, in maniera efficace, inclusiva e sostenibile, l’accessibilità”, ha esordito il capogruppo dem Pierfrancesco Majorino.

Gli ha fatto eco l’organizzatore dell’incontro, il consigliere e segretario del consiglio regionale, Jacopo Scandella: “Vogliamo far scalare posizioni allo sport nell’agenda politica regionale.

Secondo noi manca un’adeguata riflessione su quanto lo sport sia determinante nella vita delle persone: chi ha sempre fatto sport può testimoniare il peso che ha nella crescita, ad esempio, di un bambino, il tempo che passa a contatto con il suo allenatore, con i compagni di squadra, imparando le dinamiche della società e concetti come vincere e perdere.

Oppure per un anziano, anche solo pochi minuti di attività fisica al giorno che rendono più autonomi e più a lungo. È un valore quantificabile in denaro? No, perché è inestimabile”, ha detto.

“Sappiamo che per ogni euro investito nello sport nel medio periodo ne risparmiamo dai 3 ai 6 nella spesa sanitaria. Noi chiediamo ogni giorno più soldi per la sanità, lo chiediamo a livello nazionale, regionale, ma vorremmo che ci si ponesse una volta per tutte la domanda di come facciamo a ridurre la spesa sanitaria aumentando la pratica sportiva, la vita sana. Anche dal punto di vista della socializzazione.

Per questo dare una mano alle società sportive che promuovono questa attività e questa cultura del movimento è fondamentale. Per questo dobbiamo affrontare i freni e i limiti alla pratica sportiva.

È sconvolgente pensare che ci siano ragazzi che non possono fare sport perché la famiglia non può pagare 2-300 euro l’anno. Nessuno deve essere escluso, i benefici sono troppo grandi”, ha aggiunto Scandella.

“Siamo partiti da questa filosofia e abbiamo deciso di renderla concreta con alcune azioni: abbiamo presentato sei progetti di legge per cercare di muovere la Regione, abbiamo istituito un Osservatorio democratico dello sport, abbiamo dato vita a tre cortometraggi, ‘Storie di sport’, che raccontano il valore dell’attività sportiva nei territori. Ma il punto è che o noi agganciamo la spesa sportiva a qualche filone di finanziamento stabile, come la spesa sanitaria, oppure non ne usciamo. Siamo ancora fermi a una Dote sport che stanzia solo 2 milioni di euro l’anno, 100 a famiglia, mentre nel Lazio si arriva a 9,7 milioni. E così più di 10mila bambini in Lombardia non possono accedervi”, ha detto infine Scandella.

E alla collega Paola Bocci il compito di ribadire che lo sport non è solo per tutti, ma deve essere anche per tutte: “Purtroppo, ancora oggi lo sport è considerato un ambito maschile, persistono pregiudizi e barriere verso bambine e ragazze, perché non è all’interno di una narrazione della femminilità. E spesso proprio i genitori ne osteggiano la pratica. C’è una disparità notevole anche nei numeri di tesseramento alle Federazioni. Però quello che ci preoccupa di più è l’abbandono: il 21% delle bambine contro il 15% dei coetanei maschi e questo divario aumenta con l’età. Per cambiare le cose bisogna iniziare dalla base, dalle cause, che hanno radici diverse, dalla scarsa autostima delle ragazze, dall’insicurezza sul proprio aspetto fisico, oggetto di commenti, dai pregiudizi culturali sulle ragazze che praticano sport, dall’inclusività di alcuni ambienti sportivi. Così tra gli 11 e i 14 anni fanno sport il 56,8% delle ragazze, mentre i maschi sono il 65,9%, tra i 15 e i 17 solo il 42,6% delle femmine, mentre la percentuale dei ragazzi passa al 58,4%, superata la maggiore età c’è un crollo della partecipazione femminile che si attesta sul 31,9% contro il 47,4 dei maschi. Perché più si diventa grandi più pesano commenti e giudizi sull’aspetto corporeo”.

“Nell’ambito dei media la narrazione sta cambiando, soprattutto quando la competizione è di richiamo. La parità è lontana anche in altri ruoli sportivi: un’allenatrice su 5 è donna (il 19,8%) e tra gli arbitri sono il 18,2%. Più bassa è la presenza nei ruoli dirigenziali: il 15,4% sono le dirigenti di società e il 12,4% le dirigenti di federazione. Questo genera un circolo vizioso: meno donne nei ruoli apicali, meno donne partecipano alle decisioni, meno bambine ci saranno a praticare e rimarranno nello sport, perché non vedranno modelli a cui ispirarsi. Noi vogliamo dare un’idea di sport differente, sottolineando la necessità di investire su una cultura sportiva inclusiva e sull’educazione degli adulti per far crescere le opportunità e l’autostima nelle ragazze. Non possiamo dire che non ci siano differenze, ma devono esserci le stesse possibilità di crescita, di azione, di spazio per tutti e tutte. E questo è un problema che si devono porre le istituzioni, promuovendo la pratica sportiva femminile e sostenendo associazioni e soggetti che stanno già lavorando in questo senso”, ha concluso Bocci.