Fino agli anni Novanta un bambino usciva la mattina e rientrava la sera. Nessuno sapeva dove fosse, e nessuno ne faceva un dramma.
Chiedete a un genitore se oggi lascerebbe il figlio a giocare per le strade.
Fino agli anni Novanta i bambini stavano fuori tutto il giorno non perché il mondo fosse tutto rosa e fiori, c’era l’eroina, c’erano le siringhe nei giardini.
Ma erano un male che si consumava ai margini.
Oggi è un mercato a cielo aperto. Lo spaccio si fa alla luce del sole e la microcriminalità è ovunque. Gente senza lavoro, senza legami, senza la lingua del posto, è il prodotto dell’accoglienza indiscriminata degli ultimi trent’anni. Si sono aperte le porte accusando coloro che chiedevano regole di “fascismo” per poi voltarsi dall’altra parte, lasciando che interi quartieri diventassero terra di nessuno.
Chi ci vive paga il conto di una “generosità’ che altri hanno firmato dai loro comfort sicuri. Questo clima, aggiunto ad altri aspetti (la tecnologia in primis), ha creato diffidenza e isolamento.
La strada di una volta era sicura anche perché era piena di occhi, ti conoscevano per nome e conoscevano tuo padre. Il quartiere era un organismo, e un bambino al suo interno era sorvegliato senza che nessuno lo sorvegliasse.
La brodaglia multiculturale spacciata per progresso.
Che dire di una società che non si fida più, giustamente, di lasciar giocare i propri figli nei quartieri? Che li fa vivere solamente in bolle controllate a pagamento?
Massì, chi fa questi discorsi è sicuramente un “fascista”, andiamo avanti. È il progresso.



