
C’è un’immagine che riassume meglio di mille tavoli la reazione di Maurizio Landini all’emendamento sul decreto lavoro: quella del bambino che porta il pallone da casa e, proprio per questo, pretende di decidere chi gioca e chi resta a guardare.
È il commento, ironico, ma non troppo, di Pietro Vivone, presidente di FedAPI, dopo le parole del segretario della Cgil, secondo cui la norma “entra a gamba tesa sulle regole del sistema contrattuale” e “legittima i contratti pirata”.
“Caro Landini, il pallone non è suo, afferma Vivone. Il mercato del lavoro non è il cortile della Cgil, dove si scende in campo solo se passi il provino delle tre sigle confederali. L’emendamento dice una cosa semplice e perfino ovvia: conta quanto un contratto garantisce davvero ai lavoratori non la targhetta del sindacato che lo firma”.
Per Vivone l’introduzione del trattamento economico complessivo (TEC) e il principio di equivalenza vanno esattamente nella direzione opposta a quella temuta dalla Cgil. “Altro che contratti pirata: qui si chiede a tutti, grandi e piccoli, di garantire lo stesso livello di tutele. Se un contratto firmato da organizzazioni meno blasonate assicura lo stesso TEC, perché un lavoratore dovrebbe valere di meno? La verità è che a qualcuno dà fastidio non poter più decidere da solo chi sta in campo“.
“Gridare al ‘gamba tesa’ ogni volta che qualcuno tocca il pallone, prosegue ironico il presidente di FedAPI, è il modo più antico per fermare la partita quando si rischia di non vincerla a tavolino. Ma le piccole imprese e i loro lavoratori sono stanchi di restare in panchina per decisione altrui”.
Vivone rivendica infine il ruolo delle piccole e medie imprese: “Noi non siamo pirati: siamo gli artigiani e i piccoli imprenditori che ogni giorno pagano stipendi, contributi e tasse. Chiediamo solo regole uguali per tutti e un arbitro vero, non un capitano che è anche proprietario del pallone. Il campionato del lavoro si vince alzando le tutele, non escludendo gli avversari”.
E qui Vivone solleva la domanda da un milione di euro, anzi, viste le buste paga, da pochi spiccioli: “Oggi i contratti collettivi più applicati in Italia sono proprio quelli firmati da Cgil, Cisl e Uil. Eppure i salari restano al palo da trent’anni. Allora delle due l’una: o il problema non sono i fantomatici ‘pirati’, oppure il pallone in mano ce l’ha sempre avuto proprio chi oggi grida allo scandalo. La colpa, di chi è?“.
Per il presidente di FedAPI la risposta è una sola: “Solo il giorno in cui i contratti applicati non saranno sempre e soltanto i soliti tre confederali, ma dovranno competere sulla qualità delle tutele, le paghe potranno davvero salire. La concorrenza tra contratti seri non abbassa i salari: li alza. Ed è esattamente questo che qualcuno teme, non i pirati, ma la fine del monopolio“.
FedAPI auspica che l’iter parlamentare prosegua nel segno della concorrenza verso l’alto, premiando la qualità dei contratti e la trasparenza, nell’interesse di lavoratori e imprese.

