Sul concetto di adattamento alla crisi climatica ci sono due scuole di pensiero. La prima è quella del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui “I Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico”.
Abituarsi, adattarsi, per La Russa vuol dire comprare condizionatori per potersi gustare la propria caipirinha con l’ombrellino, quindi. Sempre che, ovviamente, tu ti possa permettere il condizionatore, s’intende.
Oggi però ha più senso parlare di un altro concetto di adattamento. Far sì cioè che gli spazi pubblici, e in particolare le città, diventino luoghi a misura della necessità di combattere la crisi climatica per tutte le persone che le abitano.
E che contemporaneamente, diventino luoghi che oltre a creare argini alla crisi climatica possono concorrere a evitare che le temperature continuino ad aumentare. In altre parole, oggi parleremo di come raffreddare le città.
E lo faremo con la persona che più di tutte si è prodigato, in questi anni, di raccontarci un nuovo modo di abitare il pianeta. Parlo del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, professore all’Università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, che è considerato un’autorità mondiale nel campo dell’etologia vegetale.
Sarà lui, oggi, nella nuova puntata di Direct ad aiutarci a capire perché dobbiamo raffreddare le città, e come possiamo farlo.
“Le città si stanno scaldando a una velocità molto superiore al resto del pianeta per capirci mentre il pianeta rispetto agli inizi del 900 è più caldo intorno a 1 grado e mezzo, l’Europa è più calda di 2,2 gradi e l’Italia un pochettino di più, ma le nostre città, beh, le nostre città rispetto agli anni 60 sono già più più calde mediamente fra i 3 e i 3,5 gradi.
E quindi c’è questa urgenza, questa necessità fondamentale di raffreddarle. Ora come si fa a raffreddare una città? Non c’è che una maniera: attraverso gli alberi



