97 voti favorevoli, in Senato, per fare la storia: il centrodestra ha reintrodotto le preferenze, rimettendo così la scelta nelle mani degli elettori
“Con noi il popolo torna sovrano”, ha festeggiato sui social Fratelli d’Italia. Un colpo non indifferente per l’opposizione, che soffre un dato politico incontrastabile: per decenni, quando la sinistra governava, aveva la maggioranza in Parlamento e perciò la possibilità di introdurre le preferenze in legge elettorale, non l’ha mai fatto.
Un po’ come il voto ai fuorisede: per anni millantato come un obiettivo della sinistra, ma alla fine introdotto strutturalmente dalla destra.
Le opposizioni hanno però tentato il colpo di coda, con cui cercare di ripulirsi la faccia, presentando un proprio emendamento per introdurle. Una pretesa alquanto velleitaria: se la sinistra è stata incapace (in realtà, mai pienamente convinta) di introdurle quando era in maggioranza, figuriamoci se avesse avuto la capacità di farlo in minoranza.
Un sub-emendamento, insomma, abbastanza pretestuoso, valido soltanto per qualche istante per poter spacciare una presunta volontà di non voler reintrodurre le preferenze da parte della maggioranza.
Che poi le ha effettivamente reintrodotte: “Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni – è la stoccata di Giorgia Meloni alla sinistra dopo il voto in Aula –. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia. Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa. Quindi la differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no”.
È vero: se la sinistra avesse voluto realmente le preferenze, avrebbe potuto semplicemente votare favorevolmente l’emendamento della destra, piuttosto che presentarne uno senza avere i numeri per approvarlo.
Non solo: il sub-emendamento presentato dalla sinistra si scontra invece con il voto a sfavore di qualche settimana fa alla Camera. Occasioni fallite che, insieme al mancato inserimento delle preferenze nelle passate leggi elettorali, dimostrano solo una verità inconfutabile: la sinistra, in realtà, le preferenze non le ha mai volute.
Prendiamo a modello, ad esempio, l’ultima legge elettorale, il Rosatellum, introdotto nel 2017 sotto il Governo Gentiloni e tutt’ora in vigore, in attesa dell’approvazione definitiva della nuova norma. Una legge capace di eleggere due parlamenti, nel 2018 e nel 2022.
Un sistema elettorale misto, con il 37% dei seggi assegnato in collegi uninominali con metodo maggioritario e il restante 61% circa distribuito proporzionalmente nei collegi plurinominali. Soglie di sbarramento del 3% per le singole liste e del 10% per le coalizioni, con almeno una lista della coalizione sopra il 3%, senza voto disgiunto e soprattutto con la previsione di liste bloccate.
Niente preferenze. E così andando a ritroso nel tempo, fino al 1992, anno delle ultime elezioni politiche con le preferenze.
Se qualcosa è cambiato, dunque, è certamente grazie al centrodestra, a Fratelli d’Italia e alla loro battaglia contro la partitocrazia, in tutte le sue forme: rimettere la scelta nelle mani del popolo significa poter conoscere il candidato premier prima delle elezioni (e non dopo, come successo per Giuseppe Conte, sbucato dal cilindro di Luigi Di Maio senza passare per il vaglio degli elettori), ma significa anche che i cittadini devono poter scegliere, direttamente, i loro rappresentanti in Parlamento. E ora, grazie alla spinta decisiva di Fratelli d’Italia, questo sarà di nuovo possibile.
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