Escono dalla finestra e rientrano comodamente dal portone principale, magari con il tappeto rosso

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La vicenda di Giusi Bartolozzi è il ritratto perfetto di come funziona il potere reale in Italia, al di là dei proclami da campagna elettorale e dei finti “repulisti” di facciata.
Facciamo un attimo il punto, perché la dinamica è quasi comica se non fosse istituzionalmente imbarazzante.

Solo tre mesi fa la “zarina” veniva allontanata dal Ministero della Giustizia dopo lo scivolone sui magistrati-plotone d’esecuzione. Finita? Macché.

Oggi la ritroviamo già pronta a traslocare a Palazzo Chigi come consigliera giuridica del ministro Foti per i dossier UE e PNRR. Una riabilitazione lampo che puzza lontano un miglio di “salvataggio strategico”.
La tempistica è tutto. Il CSM aveva già deliberato il suo rientro in magistratura come giudice distrettuale a Roma. Ma rivestire la toga, per legge, avrebbe significato un blocco di due anni per qualsiasi altro incarico fuori ruolo. Ed è qui che scatta il capolavoro della burocrazia politica: il Ministero della Giustizia congela il decreto di rientro per due mesi, bloccando tutto il tempo necessario a far arrivare il “salvagente” di Foti. Formalmente è ancora distaccata a via Arenula, nei fatti si sposta solo di qualche stanza del potere. Il tutto a titolo gratuito per le casse di Palazzo Chigi, certo, ma con lo stipendio da magistrato garantito dai contribuenti.
Ma la vera chiave di lettura non è la solidarietà politica, è la paura. Bartolozzi è l’unica rimasta formalmente nei guai per il caso Almasri (il generale libico rispedito a casa), dopo che la Camera ha blindato Nordio, Piantedosi e Mantovano. E le sue parole al Corriere suonano ancora come un avvertimento pesantissimo: “Ho solo eseguito disposizioni, Nordio era informato di tutto”.
Tradotto: la Bartolozzi sa troppo, e lasciarla tornare a fare il giudice con il dente avvelenato e un processo alle porte sarebbe stato un suicidio politico per l’esecutivo. Meglio blindarla a Palazzo Chigi, tenerla vicina e “protetta”.
Mentre a Delmastro – finito anche lui nel tritacarne – è stato negato persino un posto in Commissione Giustizia per ragioni di opportunità, per la Bartolozzi l’opportunità politica si piega alle esigenze di autoconservazione del governo. Le regole, in fondo, si applicano per i nemici e si interpretano (o si aggirano con decreti fantasma) per gli amici che sanno troppo.

Davide Brunelli