TRIESTE – «La libertà della ricerca è fondamentale e per progredire ha bisogno di altre libertà: quella di espressione, quella di movimento e anche la libertà di fare con passione il proprio lavoro. Quando c’è stata la prima proiezione ufficiale all’Università Statale di Milano, abbiamo finalmente rivisto Giulio ricercatore: i depistaggi avevano infangato la figura di Giulio in quel ruolo e, dopo dieci anni, finalmente Giulio è tornato ad essere un ricercatore».
Lo hanno dichiarato i genitori di Giulio Regeni, Paola Deffendi e Claudio Regeni, in occasione dell’incontro pubblico ospitato ieri a Trieste dal festival Scienza e Virgola 2026, in programma fino a domani per iniziativa della SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati.
Preceduto dalla proiezione del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, prodotto da Fandango e Ganesh Produzioni e diretto dal regista Simone Manetti, l’evento pubblico con la famiglia Regeni ha accolto anche la partecipazione dell’Avvocato Alessandra Ballerini, che sottolinea: «alla fine del documentario c’è un passaggio cruciale, quando si capisce che il processo può svolgersi nonostante l’assenza degli imputati.
Questo accade grazie a una decisione della Corte Costituzionale che spiega come questo sia un caso speciale: perché concentra tutto il male del mondo, la tortura. Non solo un delitto contro la persona, ma un crimine contro l’umanità. Per questo tutta l’umanità ha il diritto di sapere che cosa è successo a Giulio.
E i quattro imputati, anche se non possiedono la chiamata in giudizio – cioè l’atto nel quale viene detto quando presentarsi in giudizio – certamente sanno del procedimento, anche se il regime in qualche modo li sta nascondendo.
In questi casi il processo si deve fare lo stesso: è una decisione importantissima, che non riguarda solo Giulio, ma le fondamenta del diritto e dell’inviolabilità dei diritti umani.
Sono crimini che riguardano tutti noi, quindi il processo si può fare. questa sentenza è un precedente, si renderà utile anche in altri casi, e ribadisce, che non c’è processo più ingiusto di quello che non si può instaurare per volontà di un’autorità di governo».
Alla fine del documentario i genitori di Regeni sono saliti sul palco, accolti da un lungo applauso, e hanno esposto lo striscione giallo “Verità per Giulio Regeni”.
«Finalmente si parla di ricerca, di diritti umani e di sicurezza, ci fa piacere sentire il vostro calore – hanno spiegato – siamo stati supportati in questi anni da tantissime persone, che chiamiamo popolo giallo o scorta affettiva, e siamo grati alla SISSA perché ci ha sostenuto fin dall’inizio, ricordo anche la targa realizzata in memoria di Giulio. Credo che si sia creato un movimento di sensibilizzazione verso chi fa questo lavoro, verso i ricercatori.
Lo studio sul campo è molto importante per avere informazioni di prima mano, altrimenti ci si limita a studiare quello che altri avevano scritto e Giulio stava facendo proprio questo nel suo lavoro: conoscere e ragionare, cercare di comprendere e aiutare le persone ad avere una visione corretta della di ciò che stava accadendo in Egitto.
Per questo torna il tema della sicurezza dei ricercatori che si muovono in altri Paesi: le Università devono analizzare bene i contesti e garantire una certa sicurezza, il perimetro entro il quale i ricercatori possono muoversi, sapendo che hanno alle spalle qualcuno che li può aiutare, anche nelle questioni pratiche. Giulio al Cairo ha dovuto trovarsi una casa per conto suo, si è dovuto fidare di persone che non conosceva.
Naturalmente è un problema anche politico: quando Giulio è partito l’Egitto era considerato un Paese sicuro, sia dall’Italia che dall’Europa. Credo che questo documentario – ha aggiunto Claudio Regeni potrà aiutare anche le future generazioni di ricercatori nel presidio dei diritti umani».
L’incontro, condotto da Nico Pitrelli responsabile scientifico e organizzativo di Scienza e Virgola, ha permesso di chiarire con le parole dell’Avvocato Ballerini «Prima di Giulio, c’erano stati altri casi di italiani che erano stati malmenati in Egitto, c’era il caso dell’italiano che era stato rinchiuso per 27 giorni in condizioni inumane, degradanti.
E quando poi i cittadini italiani vengono espulsi, il nostro governo preferisce non sollevare il caso perché dovrebbe ammettere che quei regimi non sono precauzionali come si crede.
Le persone rimandate indietro vengono terrorizzate, a noi hanno raccontato che non avevano resa pubblica la loro storia perché minacciati di potersi trovare poi in pericolo anche in Italia. La Risoluzione del Parlamento Europeo del 13 novembre 2025 denuncia che l’80% dei casi di repressione transnazionale dei diritti umani in Italia sono riconducibili a 10 regimi e tra questi 10 regimi c’è ovviamente l’Egitto».
L’evento era parte nell’iniziativa Le Università per Giulio Regeni, promossa dalla Senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo a dieci anni dalla scomparsa in Egitto del giovane ricercatore, sostenuto dalla Fondazione Elena Cattaneo ETS, in collaborazione con Fandango e Ganesh Produzioni. «Siamo onorati e grati per questa iniziativa – hanno infine dichiarato i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni – che rientra in un progetto nazionale con il coinvolgimento di molte università, professori, studenti e dottorandi che, ricordiamo, vanno sempre protetti. Dal documentario traspare sia la figura di Giulio ricercatore integerrimo ed appassionato che la violazione dei diritti che si sono compiuti su di lui».



