Guerre, lobby delle armi e mafie: “Il triangolo oscuro che genera morte”

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Secondo il professor Vincenzo Musacchio, guerre, lobby delle armi e mafie hanno molto in comune, a partire da un gusto macabro per la morte e per la distruzione della società

Se le mafie, del resto, si definiscono a partire dalla relazione peculiare con la politica – è questo che le distingue dalle “normali” organizzazioni criminali – non possono non intrattenere una relazione altrettanto specifica con la lobby delle armi che garantisce la continuazione dei conflitti e quindi dei loro guadagni.

Professor Musacchio, siamo nel 2026 e la mappa del mondo sembra un mosaico di incendi. Dall’Europa orientale al Medio Oriente, passando per il Sudan e il Myanmar, la diplomazia sembra aver alzato bandiera bianca. Perché la guerra è tornata a essere lo strumento principe di risoluzione delle controversie?

Perché abbiamo smesso di guardare alla guerra come a un fallimento e abbiamo iniziato a giudicarla come a un asset finanziario. Dietro la retorica della “difesa nazionale”, si muove una macchina economico-militare mastodontica.

Oggi il conflitto non è più solo uno scontro di ideologie, ma un ciclo industriale. Un missile lanciato non è solo un atto bellico, è un ordine d’acquisto già pronto per essere inviato alla fabbrica. È il cinismo del riacquisto: ogni vuoto nei magazzini è un dividendo che sale.

Lei ha parlato più volte della “lobby delle armi” riferendosi a dei veri sovrani assoluti di questo settore strategico. In che modo queste influenzano realmente le decisioni dei governi?

Il potere delle lobby si esercita attraverso quella che chiamiamo la pratica delle “porte girevoli”. È diventato prassi vedere ex generali o funzionari governativi sedere nei consigli di amministrazione delle principali aziende della difesa pochi mesi dopo il congedo. Questo garantisce un accesso diretto e privilegiato alle stanze del potere.

La spesa militare globale ha superato nel 2024 la soglia record di 2.400 miliardi di dollari. Non è solo difesa, è un drenaggio di risorse pubbliche verso colossi privati che rispondono a logiche di mercato, non di pace.

Possiamo dire che l’innovazione tecnologica utilizzata ogni giorno in guerra sia essenzialmente contro la pace?

Purtroppo, possiamo dirlo avendo dati che lo confermano. La gran parte delle innovazioni civili nasce da investimenti bellici. Il costo morale è insostenibile. La pace, in questo schema, diventa un “rischio di mercato”: se le armi tacciono, le azioni crollano. Questo purtroppo è un dato difficilmente confutabile.

Nel suo ultimo rapporto prodotto in ambito europeo (Parlamento), lei ha evidenziato un legame inquietante tra guerra e criminalità organizzata. Come si inseriscono le mafie in questo contesto?

Le mafie (italiane, russe, turche, asiatiche) sono parassite e opportuniste. Vedono nella guerra una convenienza multidimensionale. Il pericolo più sottovalutato è il mercato nero delle armi sofisticate. Sistemi d’arma inviati legalmente ai fronti finiscono spesso in mano ai clan, che le acquistano a prezzi scontati per rifornire gruppi terroristici o cartelli locali in altri quadranti del globo.

Le mafie guadagnano solo dalla distruzione?

Assolutamente no. Guadagnano due volte. Prima distruggendo, poi ricostruendo. I massicci aiuti internazionali per la ricostruzione post-bellica sono calamite per le organizzazioni criminali. Sono maestre nell’infiltrarsi negli appalti pubblici, nel ciclo del cemento e, non dimentichiamolo, nella gestione dei rifiuti tossici derivanti dalle esplosioni. E poi c’è il business della disperazione: la gestione delle rotte dei profughi, trasformata in una fonte inesauribile di profitto attraverso il traffico di esseri umani.

Parliamo anche di energia. Nel 2026 il mercato petrolifero è diventato estremamente volatile. Questa crisi favorisce i criminali?

Per le mafie, l’instabilità è un acceleratore di profitti. Il meccanismo principale oggi è la “frode carosello” sull’IVA. Sfruttando la volatilità dei prezzi, le mafie creano società “cartiere” (fantasma) che acquistano carburante da depositi fiscali in Europa senza pagare l’imposta. Nascono società occulte che acquistano carburante esentasse generando un abbattimento dei costi e un immediato guadagno.