HA VINTO BIDEN MA LA CASA BIANCA RESTERÀ A DONALD TRUMP!

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Il titolo dice già tutto. In politica vince chi prende un voto in più e Joe Biden ha vinto in dieci stati. La vittoria in California non servirà a Sanders per effettuare un secondo miracolo. In una campagna elettorale assistere ad un miracolo è già tanto, due sono troppi.

Nelle ultime 48 ore è successo di tutto. Dopo una vittoria scontata e preannunciata in South Carolina, Biden si è trovato tre endorsement pesanti, di cui uno fondamentale: quello di Amy Klobuchar in Minnesota. Biden ha vinto quello stato grazie alla senatrice.

Gli altri endorsement, quello di Buttigieg e di O’Rourke, hanno avuto una funzione differente: l’ex sindaco di South Bend è servito per rafforzare il bacino elettorale, vista la presenza di Bloomberg; quello di Beto, invece, si è rivelato solo parzialmente utile.

Tutto il sud-est del Texas è stato vinto da Sander ma, ad El Paso, Biden è passato dal 17% del voto anticipato al 28.2% dell’Election Day, mentre Sanders non ha sfondato quota 36% (voto anticipato ed Election Day).

A proposito di Mike: il vero sconfitto resta comunque lui. Certo, i soldi non gli mancano ma, forse, sarebbe stata preferibile una vacanza in giro per il mondo che una performance elettorale pessima. Vincere i caucus delle American Samoa significa pensare che si possa ottenere una nomination comprandosi i delegati o giocando alla play station.

Quando Sanders annunciò la sua candidatura dissi, come tutti, che era dietro Biden, per tanti motivi. I primi tre stati hanno fatto sognare – la cosa più bella e lecita al mondo – ma, occorre tornare con la mente a prima dell’Iowa: Biden front-runner, come lo è oggi. Solo l’ex VP può perdere la nomination adesso, ma la gaffe deve essere seria.

Un passaggio lo merita, ovviamente, Elizabeth Warren. La senatrice, pur di rafforzare la sua posizione per scambiare il suo potere contrattuale – nonostante sia arrivata terza nel suo home state – con qualche sedia di prestigio, ha decretato la fine dei sogni di Sanders. È legittimo, dunque, attendersi che sarà ricompensata, qualora le cose dovessero andare bene, da Biden.

Ma alla “fin fin fine” siamo sicuri che le cose andranno bene per i democratici? No. Perché la candidatura di Biden, per una serie di motivi – evidenzio i più importanti brevemente: 2016 docet, voto dei giovani, elettori di sinistra che non si turano il naso e restano a casa, ispanici, first voters – renderà la rielezione di Donald Trump una passeggiata: più o meno come rubare una caramella ad un bambino.

Ohio e Florida sono persi, gli swing states sono sempre meno, Trump sa perfettamente che stati conquistare, ha vinto contro la FED sui tassi d’interesse e poche volte è accaduto che un presidente in carica perdesse la rielezione; ancora meno solo le volte in cui un presidente in carica ha perso mentre gestiva una economia forte.

Dunque, quando dite che Joe Biden può battere Donald Trump, di cosa state parlando? Di Disneyland?

Siamo onesti intellettualmente: a questo punto meglio piangere la mancata discesa in campo del senatore dell’Ohio Sherrod Brown, uno che sa il fatto suo.

Biden avrà anche vinto il Super Tuesday grazie – al 70% – a Barack Obama, agli endorsement, all’arte del Deal – 36 anni al Senato e 8 da VP lo hanno dimostrato – ma sarà una corsa pressoché inutile la sua. La scelta di un VP giovane e radicale influirà poco. Sappiamo quanto questo elettorato può essere ostile nei confronti dei moderati. Un errore stile 2016 con un nuovo Tim Kaine poi, sarebbe imperdonabile.

Massachusetts, Minnesota e Texas hanno scritto la storia della nomination democratica ma ci hanno insegnato che un errore commesso due volte non è più un errore ma una volontà.

Benvenuti, dunque, nel fantastico mondo delle elezioni americane, più contorte delle viuzze di Trastevere.

P.s: abbiamo finalmente scoperto il motivo della candidatura di Tulsi Gabbard: vincere due delegati nei caucus delle American Samoa. Auguri!
Editoriale di Salvatore Stanizzi.

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