Il campetto di calcio di una volta era il campo di gioco più importante dell’infanzia maschile italiana

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Il campetto di calcio di una volta era il campo di gioco più importante dell’infanzia maschile italiana, -non lo stadio, non il campo regolamentare con le linee bianche e i pali ufficiali, ma quel pezzo di asfalto o di terra battuta in un cortile o in un vicolo o in un piazzale dove i bambini del quartiere si davano appuntamento ogni pomeriggio dopo la scuola per giocare a calcio con le regole che si inventavano lì per lì.

I pali improvvisati, due giacche, due zaini, due mattoni, due bidoni della spazzatura, che segnavano le porte con quella precisione approssimativa che era già oggetto di discussione ancora prima di cominciare.

Le squadre formate sul momento, i capitani che sceglievano a turno, l’ultimo scelto che era sempre il più piccolo o il meno bravo.

Le regole del campetto: il fuorigioco non esisteva, il rigore si tirava da dove il fallo era avvenuto, il gol da fuori valeva doppio in alcuni campetti e niente in altri.
La discussione dopo ogni gol, quella lite bonaria ma sempre sul punto di diventare vera che era parte integrante del gioco.

E il campetto al tramonto… gli ultimi bambini che finivano l’ultima partita prima che le madri chiamassero dalla finestra.

Fonte e fotografia Patrizia Benelli