L’ha scandito Roberto Vannacci dal palco della costituente di Futuro Nazionale, tra gli applausi della platea
In una frase sola è riuscito a scavalcare quasi un secolo di diritto penale italiano, i report del Viminale e perfino una legge votata dalla maggioranza di cui faceva parte.
Prendiamo la sua logica e portiamola fino in fondo.
Se il femminicidio sparisce perché in fondo è un omicidio come gli altri, allora con lo stesso criterio dovremmo cancellare anche il parricidio, l’infanticidio, l’uxoricidio, il fratricidio.
Parole che indicano tutte, in effetti, una persona uccisa. Eppure la nostra lingua ha sempre sentito il bisogno di distinguerle, una a una, e di dare un nome diverso.
Andando avanti così dovremmo eliminare pure il genocidio: alla fine è un insieme di omicidi, uno dietro l’altro, moltiplicato su scala enorme.
E qui sta il punto che a Vannacci sfugge: la lingua e il diritto distinguono questi delitti da sempre per una ragione molto concreta. Quella ragione si chiama movente, cioè la causa che ha armato la mano e ha trasformato una persona in un assassino.
Lo dice il Codice penale italiano e lo dice da quasi cento anni: porta la firma del Codice Rocco, scritto nel 1930, in pieno fascismo. L’articolo 577 punisce più duramente chi uccide un padre, un figlio e un coniuge.
La premeditazione, i motivi abietti, i motivi futili sono tutte aggravanti che ruotano attorno a una sola domanda, sempre la stessa: perché hai ucciso?
Pesare quel “perché” è da sempre il mestiere del diritto penale. Un omicidio commesso per intascare un’eredità e uno commesso per legittima difesa causano entrambi una morte, eppure la legge li tratta come mondi lontanissimi tra loro.
Sul movente si decide tutto. Vannacci lo chiama “lavaggio del cervello”: in realtà sta descrivendo, alla lettera, il funzionamento esatto del codice che pretenderebbe di riformare.
Bastano due casi affiancati per capirlo.
Una donna che muore durante una rapina in banca è vittima di un omicidio in cui l’essere donna resta un dettaglio: è morta perché si trovava lì in quel momento.
Nel femminicidio il meccanismo si rovescia del tutto. Lì il genere è il cuore del fatto: la donna viene uccisa proprio in quanto donna, perché si è sottratta al controllo, al possesso, al dominio di un uomo.
Stesso gesto, movente diverso. Il diritto vive di questa differenza!
Vannacci prova a difendersi con un esempio che però gli si ritorce contro: “Esiste la violenza sugli anziani e non c’è un anzianicidio”.
Vero, la parola manca. La tutela invece esiste già da un pezzo, perché la legge aggrava le pene per i reati commessi contro anziani, minori, persone con disabilità, donne in gravidanza.
Lo fa proprio perché la fragilità della vittima e il disprezzo di chi colpisce contano e pesano. Il suo controesempio, alla fine, dimostra in pieno la cosa che voleva negare.
Da oltre dieci anni lo Stato conta le donne uccise e le scompone una per una: quante dentro la famiglia, quante per mano di un partner, quante per mano di un ex.
In Italia, nel 2025, sono state uccise 97 donne: 85 in ambito familiare o affettivo, 62 per mano di un partner o di un ex.
Le si può anche liquidare come un omicidio come tutti gli altri. Solo che gli altri muoiono per una rapina, una lite, un debito; loro muoiono nella stessa casa, per lo stesso movente, per mano dello stesso uomo che diceva di amarle.
La verità è semplice: la parola femminicidio fotografa un fenomeno che esiste già di suo e lo conta.
Cancellarla riporta in vita zero donne. Serve soltanto a smettere di contarle. E chi smette di contarle, prima o poi, smette anche di vederle.



