Numeri alla mano, la realtà fotografata dalla Corte dei Conti è molto meno trionfale.
Ecco cosa c’è davvero dietro i dati (e perché il sistema è al collasso)
1/6 L’illusione dell’automatizzazione.
Dei 19,4 miliardi recuperati, ben 12 arrivano da algoritmi e incroci telematici (errori formali, scadenze saltate). Gli accertamenti ordinari sul campo — quelli veri, che scovano la base imponibile nascosta — valgono appena 6,6 miliardi. Un terzo del totale.
2/6 Controlli sotto i livelli pre-Covid.
Nel 2025 gli accertamenti ordinari sono stati 223mila. Sembrano tanti? Nel 2019 erano 267mila. Ma la vera anomalia è che il 36% di queste verifiche si concentra su cifre “mignon” (sotto i 516€), mentre i grandi evasori continuano a dormire sonni relativamente tranquilli.
3/6 Partite IVA: il rischio controllo è un miraggio.
Su 2,7 milioni di attività soggette agli ISA, i controlli mirati sono stati appena 103mila. Tradotto: la probabilità di subire una verifica è sotto il 4%. Per studi medici e laboratori scende addirittura all’1,3%, per i bar al 2,4%. L’effetto deterrente è inesistente.
4/6 La beffa della ristorazione.
I dati dichiarati dicono che, se fossero reali, il 70% dei ristoratori sopravvivrebbe con meno di 15mila euro lordi all’anno. Eppure i controlli sui ristoranti si fermano a un misero 3,4%. Gli strumenti ci sarebbero (fatture elettroniche, conti bancari), ma restano inutilizzati.
5/6 Fisco “banca d’Italia” e contribuenti fantasma.
Quasi il 29% di chi riceve un accertamento sceglie l’inerzia: sparisce, non paga e non fa ricorso. Nel frattempo, le rateizzazioni (63,5 miliardi) falliscono di continuo, trasformando l’Agenzia delle Entrate in un “ente creditizio” senza garanzie di solvibilità.
6/6 Il buco nero della riscossione.
Il “magazzino” dei crediti non riscossi ha raggiunto la cifra monstre di 1.331 miliardi di euro (il 76% sono cartelle sotto i 1.000€). Di fatto, il fisco recupera solo il 14,7% di ciò che viene affidato alla riscossione. Una macchina inceppata che fatica a fare cassa davvero.



