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In quasi 10 anni di conflitto in Siria hanno perso la vita circa 500mila persone, di cui 120mila civili e 20mila bambini

Il conflitto su ampia scala che vediamo oggi, e che coinvolge diverse potenze internazionali

E’ il risultato della guerra civile scoppiata nel marzo 2011. I siriani scendevano in piazza contro il regime di Bashar Al-Assad per una delle più grandi proteste di sempre; la risposta è stata una durissima repressione. La guerra civile e il conflitto non hanno fatto altro che alimentare l’estremismo islamico della regione e la radicalizzazione di molte figure, anche lontane dalla Siria. Al punto che nel 2014 l’ISIS annunciava la nascita dello stato islamico e del califfato. Se da una parte i siriani continuavano a morire sotto le bombe dello stesso stato, dall’altra la minaccia terroristica si faceva assolutamente protagonista del conflitto con il rischio di destabilizzare ulteriormente tutta l’area mediorientale e gli equilibri geopolitici mondiali.

In questi 10 anni di morte e sofferenza, a pagare il prezzo più alto furono i civili. La crisi umanitaria non ha guardato in faccia nessuno, ha colpito anche donne, bambini e anziani. La guerra ha distrutto il paese, intere città, lasciando i civili abbandonati a loro stessi. Ospedali quasi assenti, cure al di sotto della soglia minima accettabile, acqua potabile difficile da recuperare. Immaginate l’inferno, sarete vicini all’immagine della Siria oggi. La comunità internazionale si è mossa con rapidità, ma in ordine sparso, consumando ancora una volta sul futuro della Siria un conflitto non guerreggiato ma di portata mondiale, per determinare sfere di influenza, controllo dei giacimenti di materie prime.

Si è riusciti a sconfiggere ISIS, ma il conflitto è ancora lontano da una soluzione. Mentre il mondo occidentale e non solo tornano a guardare al futuro con fiducia e speranza dopo la pandemia, in questo angolo del mondo l’orizzonte resta impossibile da vedere per milioni di persone. La guerra in Siria è stata “una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo”, come l’ha definita Papa Francesco. È dovere collettivo non dimenticare quest’area del mondo e continuare a lavorare per una soluzione pacifica, che dia una prospettiva a quel popolo.

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