La disoccupazione è la condizione necessaria e sufficiente dello sfruttamento e del capitalismo

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lavoro

Provoca guerre fra poveri e competizione fra i lavoratori in modo da indebolire la solidarietà di classe e da abbassare il costo del lavoro

Così i ricchi e i loro cani da guardia (oggi i giornalisti, gli intellettuali da talk show, gli economisti) si arricchiscono. Naturalmente fanno finta di considerare la disoccupazione un problema ma stando bene attenti a evitare che diminuisca o scompaia.  Da qui, per secoli, la trasformazione di un augurio biblico, crescete e moltiplicatevi e riempite la Terra, in un comandamento, vigente anche dopo che la Terra è stata riempita e sta strabordando; e se in alcuni paesi sovrappopolati, come l’Italia, la gente ha finalmente smesso di far troppi figli, ecco che a reti unificate viene agitato lo spauracchio della decrescita economica, a giustificare l’importazione non programmata e spesso illegale di schiavi dall’esterno (in questo periodo dall’est Europa e dall’Africa) per poter artificialmente mantenere un eccesso di offerta di lavoro. Così Letta, democristiano per vocazione e terzomondista per permettere al neocapitalismo di raschiare il fondo del barile e dominare ancora un po’.

Certo, a livello di piccola e media impresa c’è la reale concorrenza delle multinazionali a costringere gli imprenditori ad abbassare i prezzi (altrimenti gli italiani, in particolare quelli che si riempiono la bocca di orgoglio nazionale, comprano su Amazon per risparmiare qualche euro, e non importa se nel medio termine significa impoverire il paese e sé stessi; e non parlo solo dei bisognosi ma anche dei benestanti). Peccato che la soluzione sia sempre quella di tagliare i salari e pretendere ritmi di lavoro ottocenteschi. Per il bene dell’Italia, dice Salvini, ma intende il bene dei ricchi o aspiranti tali.

Mentre la soluzione ovvia non viene neanche presa in considerazione: massacrare di tasse le megaimprese straniere per salvare le imprese italiane. Come mai? Perché Amazon e la Apple hanno lobby molto più potenti dei sindacati, pagano avvocati abili e senza scrupoli, controllano direttamente o indirettamente televisioni, giornali e intellettuali; per cui i nuovi patrioti della destra preferiscono non pestargli i piedi – è così più facile spremere un po’ di più i lavoratori e impoverire i miserabili, che tanto ci sono abituati a offrire l’altra guancia e quando si ribellano lo fanno contro chi ha poco più di loro, mica contro i miliardari o le celebrity, che sono anzi idolatrati.

Bisogna consumare meno, produrre meno, smettere di crescere in maniera dissennata; e in cambio distribuire meglio gli enormi profitti generati dell’automazione e dell’innovazione tecnologica. Ma non sarà facile: il partito degli edonisti, interessati solo al soddisfacimento delle loro pulsioni immediate, è vasto, potente e in espansione. Per contrastarlo è indispensabile che tutti coloro che si sentono parte di qualcosa che li trascende (una Storia, una tradizione, una comunità, una civiltà) si organizzino in una nuova Resistenza culturale e politica contro il liberismo e il suo appiattimento sul presente, il suo culto del successo e del denaro, la sua globalizzazione, il suo individualismo.

Francesco Erspamer

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