La Germania si riarma e fa paura

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Boris Pistorius è da tre anni il politico più popolare della Germania. Friedrich Merz il meno popolare

Il primo è ministro della Difesa e il secondo il cancelliere della Repubblica. Basterebbe questo dato per capire come e quanto sta cambiando la Germania, e con essa, il cuore d’Europa.

Pistorius è l’uomo scelto dall’ex premier socialista Olaf Scholz e poi mantenuto in carica da Merz per riavvicinare il popolo tedesco alle sue forze armate all’indomani del “cambiamento epocale” (Zeitenwende) di pensiero, metodo e investimenti annunciato il 27 febbraio 2022, tre giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Lo scorso aprile ha presentato, tra il plauso generale, la prima strategia militare dell’esercito tedesco dalla Seconda guerra mondiale, forte dei 100 miliardi di euro in dieci anni messi a sua disposizione da un’economia che per decenni è stata effervescente, e da una riforma costituzionale che, nel settore della difesa, permette ora a Berlino di fare debito.

È stato lui a dire, a proposito della guerra in Iran, «non è la nostra guerra», con una chiarezza e semplicità che Merz, per indole, non riesce a maneggiare se non compiendo una gaffe dietro l’altra e attirandosi le ire statunitensi e la minaccia di spostamento dalla Germania alla Polonia dei 5mila militari Usa dispiegati nel 2022 dal presidente Joe Biden in seguito all’invasione russa dell’Ucraina.

Dopo anni di insistenza da parte del resto d’Europa, Berlino, l’incubo russo ai confini e l’industria automobilistica fossile a pezzi, si è posta un obiettivo chiaro: diventare il primo esercito convenzionale del Vecchio continente e mettere fine al pacifismo impostole con la debacle del 1945 dal resto d’Europa e dalla creazione della Nato a guida Usa.

I suoi soldati dovranno quasi raddoppiare e raggiungere quota 260mila (più altri 200mila riservisti) in 10 anni: nel 2026 è stata riattivata la leva facoltativa che, non dovesse bastare, diventerà obbligatoria.

Il budget annuale della Difesa che era di 50 miliardi nel 2022 supererà i 150 tra soli tre anni. Contestualmente sono in costruzione le infrastrutture: dalle rimesse ai ponti.

Molte fabbriche automobilistiche sono riconvertite alla produzione di mezzi militari, in un processo che è esattamente l’inverso di quanto accaduto negli anni 50, quando sulle ceneri delle fabbriche di armi costruì la sua la potenza automobilistica.

Se si pensa che il commissario alla Difesa europea Andrius Kubilius da mesi sta cercando senza successo di convincere i 27 a organizzare una forza comune militare di 100mila unità, risultano chiare le dimensioni dell’attuale sforzo tedesco.

«Se la Germania si riarma a me viene il mal di pancia», dice Lucia Annunziata, oggi eurodeputata, membro della Commissione per la sicurezza e la difesa e autrice di una risoluzione sulle capacità di difesa europee: «Non abbiamo ragione per sentirci minacciati ma ci sono troppi ricordi».

Non è la sola. La Francia, secondo esportatore mondiale di armi, ma oggi limitata negli investimenti dal deficit di bilancio, teme che la Germania possa prenderne il posto di maggiore potenza militare europea, per di più senza acquistare i suoi sistemi militari.

In Polonia, il partito di estrema destra del Pys, che da anni accusa il premier di centrodestra Donald Tusk di «essere l’uomo di Berlino», non perde occasione per rinfacciargli di perseguire gli interessi tedeschi e non quelli polacchi.

Solo qualche giorno fa ha denunciato la risposta che Tusk ha dato a Trump: accettiamo le truppe americane ma non a spese di un altro membro della Ue. Intanto però lo stesso Tusk ha rafforzato i rapporti con la Francia, condividendo le esercitazioni militari e accettando il suo scudo di deterrenza nucleare.

Le altre capitali europee, intanto, se da una parte sono felici del riarmo tedesco di cui potrebbero beneficiare, dall’altra sono preoccupate che questo coincida con l’avanzata nei sondaggi del partito neonazista dell’Afd: per il momento questo predica una ripresa delle relazioni con Mosca, e per questo si è allontanato dai francesi di Marine Le Pen, ma, con la velocità dei chiari di luna politici che stiamo vivendo, è impossibile sapere quale sarà la sua posizione tra qualche anno, quando la Germania avrà recuperato la sua antica potenza militare, e si sarà almeno parzialmente liberata dal giogo degli acquisti made in Usa.

La soluzione che calmerebbe animi via via più agitati sarebbe quella di un’integrazione dell’esercito tedesco in un più ampio esercito europeo, il sogno dei padri fondatori della Ue all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, o almeno una messa in comune dell’approvvigionamento degli strumenti di difesa, con i Paesi più avanti nello sviluppo di un sistema militare sostenuti dagli altri e viceversa.

Federica Bianchi