Le cause bavaglio: se la querela serve a zittire

0
7

Nel maggio del 2025 due cittadini di Pesaro hanno firmato un esposto sui rischi di un deposito di gas liquido in una zona abitata.

Il mese dopo la società proprietaria dell’impianto ha risposto con una richiesta di risarcimento da due milioni di euro e una querela per diffamazione aggravata. Due cittadini senza una redazione o un ufficio legale alle spalle che avevano semplicemente firmato un foglio.

Chi promuove una causa così non spera nell’esito positivo della sentenza. Perdere la causa costa a chi la fa qualche migliaio di euro di spese, mentre costa a chi la subisce tre o quattro anni di avvocato e udienze con la paura di una condanna.

Si chiamano Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, e l’effetto è che la volta dopo, prima di firmare un esposto, uno ci penserà. L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati.

Nel 2024 l’Ue ha approvato una direttiva, la cosiddetta Legge Daphne dalla giornalista maltese Caruana Galizia uccisa nel 2017, vittima di decine di cause di questo tipo. L’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva entro il 7 maggio, non lo ha fatto, e il 15 luglio la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione. Lo schema di decreto è arrivato in Parlamento il 9 luglio.

Ai due cittadini di Pesaro quel decreto non servirebbe. Intanto perché vale solo per le cause civili, mentre contro di loro c’è anche una querela: in Italia la diffamazione resta un reato, il che rende la denuncia lo strumento di pressione più comodo che ci sia. Inoltre, vale solo per le vicende con un elemento transfrontaliero, mentre la loro si svolge per intero fra Pesaro e un tribunale italiano. Su entrambi i limiti Bruxelles non poteva fare di più: in materia di giustizia, i trattati le permettono di occuparsi soltanto della cooperazione civile fra Stati diversi. Proprio per questo la direttiva si definisce uno standard minimo e invita gli Stati ad andare oltre. Belgio, Francia, Paesi Bassi e Polonia lo hanno fatto.

L’Italia no; ha ricopiato il ristretto perimetro europeo e poi lo ha stretto ancora. Per la direttiva, una causa smette di essere transfrontaliera a due condizioni insieme: che le parti vivano nello stesso Paese e che lì si trovi tutto il resto della vicenda. Il decreto italiano ha mantenuto solo la prima.

Il 30 luglio il decreto è passato dalla commissione affari Ue della Camera proprio per verificare la compatibilità delle leggi con il diritto europeo. La relatrice, Alessia Ambrosi (FdI), ha spiegato che il testo adotta «una definizione molto ampia di questione transfrontaliera» e ha aggiunto che un caso lo è «a meno che entrambe le parti abbiano il domicilio nello stesso Stato del tribunale adito e ogni altro elemento rilevante della vicenda sia localizzato esclusivamente in quel territorio».

Andi Shehu