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L’importanza di chiamarsi Kamala

Joe Biden ha deciso. Poche minuti prima del termine ufficiale ha comunicato alla diretta interessata e al mondo che la sua vice alla Casa Bianca, se dovesse vincere le elezioni presidenziali del prossimo novembre, sarà la senatrice della California Kamala Harris.

“Intelligente, tosta e pronta per essere leader“. Così l’ha descritta Biden. Una decisione che per alcuni può sembrare sorprendente, ma che chi segue la politica americana sa che poi così sorprendente non è. La Harris era candidata alle primarie democratiche e fino a che è stata in corsa è stata una di quelle che più ha contrastato lo stesso Biden nel corso dei confronti pubblici tra i candidati. Ma negli Usa ampliare il campo, allargare l’orizzonte, intercettare più bisogni, più umori, più apprezzamenti da parte dell’elettorato è un valore, non un problema.

E così, ecco Kamala. Madre indiana, padre giamaicano, 54 anni, californiana, ex procuratore distrettuale a San Francisco. Dal 2016 siede tra i banchi del Senato, dove il suo prestigio e la sua statura politica si affermano immediatamente: i suoi ‘interrogatori’ all’ex ministro della Giustizia Jeff Sessions durante varie audizioni diventano virali e la accreditano davanti a un pubblico democratico a caccia di un volto nuovo per il partito.

Con la scelta di Kamala Harris, Biden compie il suo primo vero atto politico da candidato presidente. Un atto speculare a quello compiuto ormai dodici anni fa da Barak Obama, che, nel 2008, scelse proprio lui come suo vice, per mandare un messaggio all’elettorato più moderato, provinciale e tradizionalista. E non è un caso, quindi, che la scelta sia caduta proprio su colei che viene chiamata la “Obama donna”.

Mettendo al suo fianco la prima candidata vicepresidente afroamericana della storia, Biden prova evidentemente a compattare il voto della comunità nera che così fredda era stata nei confronti di Hillary Clinton quattro anni fa. E prova anche a dare lo scossone decisivo alla sua campagna elettorale che, a causa dell’emergenza sanitaria, si sta svolgendo dal seminterrato di casa sua in Delaware.

Se il buongiorno si vede dal mattino, in casa democratica c’è di cui essere soddisfatti: nella sola giornata dell’11 agosto, infatti, tra le 16 e le 20 ora locale, appena dopo l’annuncio della Harris, la campagna per Biden ha raccolto ben 10,4 milioni di dollari di donazioni.

Un dato che non dev’essere sfuggito a Donald Trump, il quale ha cominciato ad attaccare frontalmente la candidata vicepresidente, accusandola di essere “un’estremista”, “cattiva”, “bugiarda”, di voler “alzare le tasse agli americani” e di “voler portare il Paese al disastro”. Come spesso capita quando si parla del presidente americano, però, si denota una certa mancanza di coerenza, dato che – notizia scoperta da Nbc News – lo stesso tycoon newyorkese aveva foraggiato, con due donazioni nel 2011 e nel 2013, la campagna di Kamala Harris a procuratore generale della California.

Da Obama a Nancy Pelosi, dalla nipote di Trump ai grandi elettori dem come Lebron James, Whoopi Goldbers, Sharon Stone e Charlize Theron (solo per citarne alcuni) è invece tutto un plauso.

E a meno di una settimana dalla prima Convention telematica della storia, i dem sono al lavoro perché sia un successo. Le star del partito chiamate a prendere la parola sono molte: Barack e Michelle Obama, Bill e Hillary Clinton, il governatore di New York Andrew Cuomo, l’ex candidato Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, che per la prima volta è invitata a prendere la parola accanto ai grandi nomi democratici.

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