Ho avuto il piacere di contribuire al Rapporto Intelligenza Artificiale 2026 dell’Osservatorio permanente sull’Adozione e l’Integrazione dell’IA di Aspen Institute Italia, realizzato in collaborazione con Intesa Sanpaolo.
Un lavoro collettivo che prova a leggere l’intelligenza artificiale oltre l’entusiasmo e le paure, verificandone gli effetti concreti sulle imprese, sul lavoro, sulla Pubblica Amministrazione e sulla competitività del Paese.
Il dato centrale è chiaro: la stagione della semplice sperimentazione è finita. Nel 2025 utilizzava sistemi di IA il 16,4% delle imprese italiane, ma la distanza tra grandi organizzazioni, sopra il 50%, e piccole e medie imprese resta profonda.
Il vero discrimine non è più tra chi usa o non usa l’intelligenza artificiale, ma tra chi riesce a integrarla nei processi, con dati affidabili, competenze, responsabilità definite e risultati misurabili, e chi si limita a qualche applicazione occasionale.
L’intelligenza artificiale non è soltanto una tecnologia da acquistare: è una capacità da costruire.
Servono infrastrutture, energia, formazione, regole comprensibili e autonomia strategica europea. L’Italia dispone di eccellenze industriali, scientifiche e tecnologiche sulle quali investire. Ora deve trasformarle in una capacità diffusa, evitando che l’IA diventi un privilegio riservato alle imprese più grandi o una nuova dipendenza tecnologica dall’estero



