L’ONU ci sta dicendo con chiarezza che il pianeta è entrato nella zona di pericolo del clima estremo

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El Niño, il fenomeno naturale legato al forte riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico equatoriale che altera la circolazione atmosferica e le precipitazioni in molte aree del mondo, sta assumendo proporzioni gigantesche.

La sua forza, combinata con il riscaldamento globale provocato dalle attività umane, rischia di moltiplicare siccità, alluvioni, incendi e ondate di calore.

Nel frattempo, un nuovo rapporto dell’UNEP certifica che la soglia di 1,5 gradi fissata con l’Accordo di Parigi sarà superata. Eppure, mentre per il riarmo si convocano vertici straordinari e si trovano miliardi in poche settimane, sulla crisi climatica si continua a rinviare. Come se i territori e le persone potessero aspettare i tempi della politica.

L’Italia è uno dei Paesi più esposti del Mediterraneo, ma il Piano nazionale di adattamento, approvato quasi tre anni fa, resta privo delle risorse necessarie: 361 misure sulla carta, mentre ogni disastro viene affrontato spendendo per riparare i danni anziché per prevenirli.

Servono scelte concrete: un fondo pluriennale per attuare il Piano, con scadenze precise e monitoraggio dei risultati; una legge che fermi finalmente il consumo e l’impermeabilizzazione di nuovo di suolo; investimenti nella rinaturazione dei fiumi, nel ripristino delle aree umide, nella prevenzione del dissesto idrogeologico e nella tutela del verde e delle alberature urbani esistenti e nel loro incremento.

Occorre inoltre sostenere Comuni e territori nell’attuazione del Regolamento europeo sul ripristino della natura e nelle politiche di riduzione delle emissioni inquinanti.

La vera sicurezza nazionale comincia dalla cura del territorio e dalla protezione delle persone. Continuare a rinviare significa rendere il prossimo disastro più grave e il conto per i cittadini ancora più alto.

Elena Sironi