Ranucci rosica per Report: attacca i nuovi conduttori e tira in ballo Regeni

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Ranucci è stato cacciato da Report. Sono troppi i conti in sospeso circa il caso della bomba esplosa sotto casa del giornalista e che, secondo l’accusa, sarebbe stata posizionata con il mandato dell’amico, Valter Lavitola, proprietario di un ristorante di pesce nel quale i due sono stati immortalati a tavola insieme.

Al suo posto, sono stati scelti due profili con una importante esperienza nel giornalismo d’inchiesta. Il primo è quello di Giulia Presutti, già giornalista di Report e dunque collega di Ranucci.

Il secondo è Daniele Pervincenzi che, tra le altre cose, è noto per l’aggressione subita a Ostia nel 2017 da parte di un membro del clan degli Spada.

Due nomi, dunque, con un certo passato alle spalle che Sigrifido, però, non ha esitato a criticare: “Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico” ha commentato l’ormai ex conduttore di Report, mortificando l’esperienza maturata sul campo dei due giornalisti, una delle quali – ricordiamo – faceva già parte della squadra Report.

Il controsenso emerge da solo, non serve spiegarlo. Né tantomeno serve sottolineare quanto la critica gratuita a ex colleghi rappresenti una evidente mancanza di rispetto. Nel comunicato finale, Ranucci se la prende poi con i “giornali del gruppo Angelucci” e annuncia di voler condurre “la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa”: “Lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti”.

E anche qui, basta riportare semplicemente le parole per comprendere l’autorefenzialità raggiunta dal giornalista che, dopo essersi di fatto “paragonato” a grandi martiri della mafia come Falcone e Borsellino, ha iniziato a raccontare la sua carriera come una sorta di crociata personale contro un sistema che, probabilmente, neppure esiste. Alla fine del post Facebook, la pubblicità, perché mentre persevera il silenzio sulle questioni giudiziarie, continua il suo tour per presentare il suo libro: “Stasera sarò a Favignana, domani ad Agrigento al teatro Efebo”.

Proprio a margine dell’evento di ieri, a Favignana, ha rincarato la dose ai microfoni di Repubblica: “Fanno bene a dimettersi – ha detto in merito alla notizia di dimissioni da parte di alcuni giornalisti di Report in segno di protesta – perché quei nomi (i nuovi conduttori, ndr) vanno bene per altre cose ma non per Report. È uno schiaffo alla meritocrazia, alla squadra di Report e a quello che ha saputo dimostrare in questi anni, alla sua storia, alla sua indipendenza”. Infine, l’ennesimo paragone azzardato: questa volta con Giulio Regeni: “Volevano mandarmi al Cairo – ha detto prendendosela con la Rai –, forse sperano che possa fare la fine di Regeni”. Insomma, sembra quasi che con Ranucci ogni decisione diventa un complotto, ogni critica diventa un attacco alla libertà di stampa. E poi i riferimento illustri: da Falcone a Borsellino, fino a Regeni. Riferimenti enormi evocati per raccontare una vicenda personale di peso sicuramente inferiore rispetto a chi ha perso la sua vita per difendere, realmente, la libertà.

Andrea Landretta

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