
Su una cosa Giorgia Meloni ha davvero dato il meglio di sé: nell’aver causato una frattura, ormai profonda e forse irreversibile, della convivenza civile
Di quella convivenza imperfetta, certo, ma fondata almeno sull’idea che l’avversario politico non fosse un nemico da annientare e che un’opinione diversa non autorizzasse l’insulto, la minaccia, la disumanizzazione.
Oggi il Paese appare spaccato in due fazioni contrapposte, armate di un odio che sarà difficilissimo ricondurre alla ragione. I social hanno fatto il resto. Le claques, i troll, i bot e i tifosi senza spirito critico hanno trasformato ogni discussione in una fogna, rendendo l’aria irrespirabile.
Ti insultano personalmente. Non perché ti conoscano, ma perché esprimi un’opinione diversa dalla loro. Perché porti fatti che disturbano la loro narrazione.
Perché ragioni, mentre loro hanno scelto di obbedire. Per ora gli scontri restano confinati dentro i social, ma per quanto ancora sarà così? Il livello culturale di questa claque è spesso desolante; quello della violenza verbale, invece, è altissimo. Ogni giorno siamo costretti a leggere commenti che ci fanno vergognare al posto di chi li scrive.
Nessun rispetto per le persone. Odio vomitato contro interi popoli, etnie e religioni che non conoscono e che non hanno mai provato a comprendere. La morte e il male augurati agli avversari politici della loro beniamina, ma anche a chiunque osi criticarla.
Non cittadini che discutono, ma tifosi che chiedono sangue. Naturalmente non potevo restarne indenne e così dopo gli insulti stereotipati, quelli da branco, sono giunti quelli personalizzati, nei commenti e nei messaggi privati. E quando hanno cercato il punto in cui colpire più forte, quello capace di provocarmi più dolore, hanno messo in mezzo mio figlio. Sì mio figlio. Hanno attaccato anche i libri che scrivo per sostenermi nel compito difficile che la natura mi ha affidato: essere caregiver.
Scrivo libri per aiutarlo ad avere la migliore prospettiva di vita possibile, per difendere la qualità della sua esistenza e accompagnarlo verso il massimo livello raggiungibile di autonomia e autosufficienza. Eppure questi miserabili ripetono che lo farei per i like. Se volessi raccogliere like, pubblicherei dieci post al giorno. Ne scrivo uno, e neppure tutti i giorni. Inoltre, è facilissimo verificarlo: i post nei quali parlo di mio figlio sono proprio quelli che ricevono meno reazioni. Dunque no, mostri inumani e incolti: non scrivo per i like. Dei like non me ne può fregare di meno.
Parlo di mio figlio perché è mio figlio. Perché lo amo più di qualunque altra cosa al mondo. Perché lo faccio a casa mia, sulla mia pagina, senza dover chiedere il permesso a nessuno.
E parlo di disabilità perché sono incazzato. Perché denuncio una situazione che dovrebbe far vergognare tutti: chi governa e chi continua a difendere l’indifendibile. Dovrebbe farvi vergognare un Paese nel quale a un anziano viene ridotta l’assistenza domiciliare perché “mancano i soldi”, mentre le risorse per le armi sembrano non mancare mai.
Dovrebbe farvi vergognare uno Stato che considera l’assistenza, la disabilità e la non autosufficienza come costi da comprimere, anziché come diritti da garantire.
Ma la vergogna richiede coscienza. E la coscienza, evidentemente, non viene distribuita insieme alle tessere del tifo politico. Quindi sì: io lotto. Fatevene una ragione. Lotto per mio figlio. Lotto contro le iniquità di questo governo cialtrone. Lotto contro ingiustizie sociali sempre più feroci, che schiacciano soprattutto chi è già fragile. Lotto perché nessun caregiver venga abbandonato fino al punto di non vedere più una via d’uscita. Lotto per non essere spinto alla disperazione, come purtroppo è già accaduto ad altri. Lotto con la scrittura, con i miei libri, con i miei post e con gli incontri sulla disabilità ai quali partecipo.
Lotto con le parole perché le parole possono ancora denunciare, smascherare e disturbare il potere. E finché avrò voce, la userò. Quindi rassegnatevi: ci siete voi, che ricordate le intolleranze tipiche di un passato che andrebbe cancellato, e ci siamo noi.
Voi, che scambiate la crudeltà per forza, l’insulto per argomento, l’obbedienza per pensiero e l’odio per identità. E noi, che continuiamo ostinatamente a immaginare un mondo migliore.
Un mondo nel quale la fragilità non sia una colpa, la cura non sia un privilegio, la disabilità non sia una condanna per intere famiglie e la politica non semini odio per raccogliere consenso.
Un mondo nel quale persino voi potreste essere più intelligenti, più ragionevoli e forse più umani. Un mondo nel quale Giorgia Meloni non sarebbe Presidente del Consiglio e Vannacci sarebbe un generale in pensione.


