SULLA SOLIDARIETÀ DELLA SCHLEIN

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Sarò impopolare, o forse no. Ma tant’è…
L’intervento di Elly Schlein in queste ore alla Camera, quella difesa a spada tratta della “ducetta” – scaricata, almeno per oggi, dallo squilibrato della guerra americana – è stato un esercizio di perbenismo istituzionale così grottesco da far impallidire persino le vecchie liturgie democristiane.
Roba da manuale del bon ton parlamentare: toni solenni, indignazione calibrata al millesimo per il tg delle 20. Come se la presidente del Consiglio fosse una povera vittima di un eccesso verbale, e non la protagonista di un servilismo atlantico che ha pochi precedenti nella storia repubblicana.
Se quel sociopatico ha detto ciò che ha detto – e lo ha detto con il ghigno di chi si sente padrone del vapore – lo ha fatto dentro un quadro di sudditanza politica che Giorgia Meloni ha sempre esibito con orgoglio verso Washington.
La “ducetta” ha trasformato l’Italia in una portaerei americana nel Mediterraneo, ha svenduto pezzi di sovranità in cambio di selfie e di applausi dal Congresso a stelle e strisce.
E ora si stupisce se il padrone di turno la tratta come una vassalla qualsiasi?
Schlein, invece di inchiodare questa realtà, ha preferito la via del “rispetto delle istituzioni”.
Come se le istituzioni fossero un totem intoccabile anche quando vengono usate per coprire sudditanze e inadeguatezze. Come se difendere la Meloni dal turpiloquio trumpiano significasse difendere l’Italia, e non invece coprire con un velo di ipocrisia il fatto che questa maggioranza ha svuotato di senso la parola “sovranità” fino a ridurla a uno slogan da comiziaccio.
Invece di usare quell’intervento per smascherare il teatrino atlantista che ha ridotto l’Italia a un satellite di seconda fascia, la segretaria del PD ha scelto di fare la maestrina della buona creanza.
Complimenti, Elly. Hai salvato le forme. Peccato che l’Italia, nel frattempo, continui a cadere a pezzi. Invotabile. Uno spettacolo indecente. E noi, poveri cristi, a pagare il biglietto.
Alfredo Facchini